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Il candore segna i riti di passaggio – La Domenica di Repubblica

9 Luglio 2006

Più bianco del bianco. È uno slogan da mistici e da venditori di detersivi. Entrambi egualmente convinti che il candore immacolato sia lo stato superlativo del bianco. La sola differenza è che gli uni parlano di peccato, gli altri di bucato. In ogni caso è la prova che il bianco è il più simbolico dei colori.

A dire il vero non si tratta nemmeno di un colore. Piuttosto di un non colore, proprio come il nero, il suo gemello di pelle scura, l’altro estremo dello spettro cromatico, che si oppone al bianco come la notte al giorno, come il male al bene, come l’inferno al paradiso.

Il bianco è dunque una terra di nessuno del colore, il vuoto che gli dà vita. Proprio come il silenzio è il vuoto che fa nascere il suono. Non a caso il grande pittore Vasilij Kandinskij diceva che il bianco ha sull’anima lo stesso effetto del silenzio assoluto. L’uno riempie il mondo di colore l’altro di suono.

Proprio perché il bianco è pura virtualità, pagina da colorare, le società umane lo hanno da sempre caricato di significati, spesso diversi, talvolta addirittura opposti.

Molte culture lo usano, infatti, come un evidenziatore, per sottolineare momenti di transizione nella vita della natura, come in quella degli uomini. Se l’alba, che letteralmente vuol dire bianca, indica il candore opaco del cielo prima di accendersi delle tinte luminose del giorno, il bianco ha un ruolo altrettanto importante nei riti di passaggio che scandiscono le tappe fondamentali della vita sociale. Come il battesimo cristiano, dove ogni cosa è all’insegna del candore. O come nei riti d’iniziazione africani in cui i ragazzi che si apprestano a entrare nella società degli adulti vengono dipinti di bianco dalla testa ai piedi.

Anche la verginità, vera o presunta, è segnalata e in un certo senso garantita socialmente dal bianco splendente dell’abito da sposa. Una vera e propria autocertificazione d’illibatezza, di purezza immacolata, croce più che delizia per generazioni di donne. Certo queste simbologie sembrano cose d’altri tempi, ma in realtà la loro eco è presente nel nostro linguaggio. Chiamiamo ancora “candidato” chi sostiene un esame, chi si sottopone a una prova, chi si presenta alle elezioni, semplicemente perché nel mondo latino chi concorreva a una carica pubblica indossava una veste candida.

Simbolo di ingresso, ma anche di uscita dalla vita. In Oceania, in Cina e in molti paesi africani il bianco significa lutto. Al punto che le vedove si vestono di questo colore per segnalare di non essere più dentro la società, proprio come i defunti avvolti nei loro candidi sudari. E un inquietante biancore circonda da sempre presenze paurose come i fantasmi. O come quelle creature che incarnano una soglia incognita dell’immaginario, avvolte da un’aura candida che ne segnala la sinistra anomalia. Come Moby Dick, la balena bianca, e come i coccodrilli stinti che secondo le leggende metropolitane abitano le fogne di New York, resi albini dalla tenebra sotterranea.

Insomma, quando ci si addentra nella selva dei significati di questo colore silenzioso, non se ne viene più fuori. Perché dovunque c’è del bianco. O in chiaro, in espressioni come carta bianca, voci bianche, lupare bianche, andare in bianco, morti bianche, matrimoni bianchi. O criptato in parole dall’origine dimenticata. Come candela, e come candid camera. E come album, cioè “il bianco” per antonomasia, superficie neutra da significare. Quel che fecero nel Sessantotto i Beatles al ritorno dall’India con il memorabile White Album: il bianco più bianco della storia del rock. Quella copertina avorio, proprio come la tela di Fontana, colorò per sempre la loro, e la nostra, revolution.[Download PDF]

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Marino Niola
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