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Così la nostra storia si tinse di giallo – La Domenica di Repubblica

27 Agosto 2006

Da Alessandro Magno a Trimalcione, a Goethe: gli alti e i bassi di un gusto nazionalpopolare. Per fare la prima limonata della storia ci volle una fatica bestiale. Addirittura una fatica di Ercole. L’invincibile eroe fu costretto a scarpinare fino all’estremità occidentale del mondo, per saccheggiare il giardino delle Esperidi e regalare ai mortali il prezioso agrume. Così almeno dice il mito.

La storia invece vuole che il limone venga dalla parte opposta, dall’Estremo Oriente. Forse dalla Cina, forse no. Certo è che il frutto giallo era di casa nella Media, l’antica Persia, dove Alessandro Magno lo vide, se ne invaghì e lo portò in Europa.

Da quel momento la storia del Mediterraneo si tinge di giallo. Il pomo della Media fa il suo ingresso trionfale a Roma, come pianta ornamentale e profumata, ma anche come ingrediente per ricette sofisticate. Apicio, il Brillat Savarin dei Quiriti, consiglia addirittura di adoperarne la parte bianca per esorcizzare l’afrore del maiale. Un frutto da signori con la puzza sotto il naso, insomma, uno status symbol. Esibito da un parvenu come Trimalcione, il furbetto del quartierino del Satyricon, per ostentare la sua ascesa sociale.

Le tenebre barbariche che avvolgono l’Italia nel primo medioevo si inghiottono anche il limone che viene letteralmente dimenticato. Per ritornare fra noi dopo il mille. Questa volta da Occidente, proprio come nel mito di Ercole, seguendo la scia della conquista araba del Mediterraneo. Prima l’Andalusia, poi la Sicilia, finché gli astuti mercanti amalfitani fiutano il business e impiantano agrumeti a tappeto nella loro divina costiera e nella penisola sorrentina. È il trionfo definitivo del citrus limonum.

Le virtù terapeutiche, il sapore deliziosamente rinfrescante, l’inebriante profumo esperideo, la bellezza della pianta, la fioritura perenne sono le ragioni dell’irresistibile ascesa di un frutto che finisce per diventare l’icona del Sud.
Con il contributo davvero straordinario dei viaggiatori del Grand Tour che creano una vera e propria mitologia del limone, facendo degli scintillanti giardini di Sorrento, di Amalfi e delle limonaie della Conca d’oro l’immagine stessa dell’abbagliante solarità mediterranea: la goethiana «terra dove fioriscono i limoni».

E proprio in quel Sud idealizzato da Goethe stava nascendo l’industria dell’agrume. Che, all’inizio dell’Ottocento, grazie alle coltivazioni intensive diventa un frutto sempre più democratico, una vitamina alla portata di tutti. Tra l’altro proprio in quegli anni gli Inglesi scoprono che il succo di limone cura lo scorbuto e la marina britannica include la limonata nella razione kappa della flotta di Sua Maestà. In verità, che il limone fosse una panacea per molti mali era cosa ben nota alla saggezza popolare che con il citrus conciliava da sempre gusto e salute. Tant’è che in città come Napoli e Palermo la spremuta scorreva a fiumi dai banchi stradali degli acquafrescai. Ben prima che l’ungherese Albert Szent-Gyorgyi scoprisse nel 1932 quell’ascorbina, che sotto il nome di Vitamina C è diventata un mantra del salutismo moderno.

Insomma, un po’ per passione un po’ per necessità, il Sud ha elevato il limone a gusto jolly trasformando un ingrediente così locale in un aroma globale, un contrappunto planetario del sapore: dalla mayonnaise alla scaloppina, dal sorbetto al lemon pie, per non dir dei frutti di mare. Un vero universale popolare della gastronomia. Quintessenza di liquori “fai da te” come il limoncello, che una ecumenica spinta dal basso ha trasformato in uno spirito del tempo. Nazionalpopolare, of course. [Download PDF]

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Marino Niola
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