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Così la conoscenza lacerò le tenebre – La Domenica di Repubblica

6 Maggio 2007

Dalla Bibbia all’Illuminismo. In principio la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso. Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina.

Così la Genesi, il primo dei libri dell’Antico Testamento, pone la luce all’inizio del mondo, ne fa il principio che rende visibile il creato, lo fa esistere dandogli forma e colore. E l’arcobaleno, spettro colorato della luce, diventa il segno del patto tra Dio e gli uomini che mette fine al diluvio universale. In questo modo la narrazione biblica segna per sempre l’immaginario dell’Occidente che farà della luce il simbolo supremo della vita. E dell’illuminazione l’emblema stesso della conoscenza, sia del bene sia del male. Tant’è che perfino il diavolo è un “portatore di luce”, come dice letteralmente il nome Lucifero. Nel Vangelo di Giovanni è scritto a chiare lettere che Dio non è altro che luce.

Se questa è la sostanza del potere divino, come mostra il bagliore accecante che avvolge il Paradiso di Dante, il figlio di Dio è la luce che rinasce tra gli uomini e per gli uomini. Non a caso il nostro calendario colloca la nascita di Cristo al solstizio d’inverno quando il giorno ricomincia ad avere la meglio sulla notte e la luce sulle tenebre.

La stessa cosa accade in altre mitologie e religioni che attribuiscono al divino una natura luminosa e, soprattutto, un potere illuminante. Un esempio per tutti è Apollo, antico dio del sole e al tempo stesso della conoscenza e della chiaroveggenza. Lo scintillante driver del carro solare dava luce alle cose e rischiarava la mente degli uomini. Ecco perché i Greci lo chiamavano anche Liceo, che significa letteralmente lucente, un nome derivante dalla radice indoeuropea luk che indica l’atto del vedere. Guarda caso la stessa radice della parola luce, nonché di termini come l’inglese look e dell’italiano elucubrazione. Non per nulla le nostre scuole, i moderni templi della conoscenza, si chiamano ancora licei.

Anche le società primitive attribuiscono alla luce una natura sacra, al punto da fare del lume la materia prima del nume. Il grande antropologo inglese Radcliffe-Brown racconta che gli abitanti delle isole Andamane, nell’Oceano Indiano, facevano improvvisamente silenzio all’alba e al tramonto, soggiogati dalla quotidiana battaglia cosmica fra la luce e la tenebra. Quasi che gli andamanesi avvertissero che solo l’immensità del silenzio può reggere il fulgore incandescente della luce. Non diversamente uno dei più grandi poeti del Novecento, Thomas S. Eliot, parla del silenzio come del cuore della luce.

Questo arcaico nucleo simbolico resta presente anche nella modernità più laica, in quel Settecento che prende il nome di secolo dei lumi. È proprio l’illuminismo di Voltaire e di Rousseau che, congedando il sacro dall’orizzonte della conoscenza, finisce per sacralizzare la luce della ragione. Da allora l’illuminato non è più il profeta che spalanca le cortine del futuro ma lo scienziato che squarcia le tenebre dell’ignoranza e della superstizione. E le tappe del progresso si misurano in kilowatt, soprattutto da quando l’invenzione dell’elettricità illuminando case, fabbriche e città rende i luoghi e gli uomini più sicuri, padroni di sé e del proprio destino. La stessa democrazia moderna è indissociabile dall’ideale della chiarezza, di un potere strappato alla sua minacciosa oscurità. E dispositivi per catturare la luce come il cinema e la fotografia, danno un volto ai suoi sogni come ai suoi incubi.

Oggi assistiamo all’apoteosi post-moderna della visibilità totale, di una vita sempre in chiaro, che ci spinge adottare cose e persone di dispositivi luminosi. Elettrodomestici, auto, computer, cellulari, i-pod, scarpe da ginnastica, a ciascuno il suo display. E celebriamo il rito della notte bianca per scacciare i demoni dell’oscurità ricorrendo alla magia della luce. [Download PDF]

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Marino Niola
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