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Chiaroscuro come la vita – La Domenica di Repubblica

7 Ottobre 2007

Il grigio? Ce lo ha dato la moda. Ma non gli Armani, gli Yamamoto, i Cardin e altri indiscussi maestri del mezzo tono. No, il più medio dei colori viene da molto più lontano. Addirittura dal fashion medievale. Che inventa letteralmente la parola e dunque la categoria del grigio. Il termine infatti entra nelle lingue romanze, e quindi anche in quella italiana, attraverso il commercio delle pellicce. Nel Medioevo con il termine grigio, derivante dal germanico grisi e dal francese gris, ci si riferiva al mantello di certi scoiattoli siberiani usato per confezionare gli abiti di dignitari e altri potenti. O, più tardi, alla pelle di alcuni orsi, come il grizzly, detto così proprio perché il suo pelo ricorda quelle parrucche di capelli grigi che in inglese si chiamano grizzle. Solo successivamente la parola grigio smette di essere semplicemente il colore di un animale per diventare un colore e basta.

Il colore per eccellenza, il simbolo stesso del chiaroscuro. Con la parola grigio di fatto indichiamo l’infinita gamma delle variazioni che stanno fra il bianco e il nero, i due non-colori assoluti, i poli opposti della scala cromatica. Esattamente come il bene e il male sono i poli opposti della scala morale. Nessuno di questi assoluti esiste veramente. Perché la vita, come le cose, non è mai perfettamente bianca o perfettamente nera, ma sempre grigia.

Simbolo della mediazione dei contrari, emblema della coincidenza degli opposti, il grigio ha la capacità di significare le cose più diverse, a seconda del suo tono, della luce e dell’oscurità che mescola. Si può dire che la realtà sia quel che Cartier Bresson diceva della fotografia. Un catalogo infinito di punti di grigio. Più o meno luminosi.

Non a caso i mistici vedevano Dio non come una luce assoluta bensì come una nuvola grigio tempesta, un biancore opalescente, un fulgore tenebroso. Proprio come la caligine divina che appare a Mosè sul monte Sinai.

Anche il saio dei monaci in origine è grigio come la cenere a significare penitenza, contrizione, umiltà. Perfino quando a indossarlo sono degli autentici vip come il cappuccino François Leclerc du Tremblay, il potentissimo segretario del cardinale di Richelieu, soprannominato per questo l’eminenza grigia. Umiltà dunque, ma piena di orgoglio. Come quella di Cenerentola che, lo dice il nome stesso, vive nel grigiore della cenere, ma alla fine mette sotto tutti. Come la Julia Roberts di Pretty Woman. O come quella della Griselda boccaccesca, emblema immortale della moglie sottomessa, votata ad un destino plumbeo fin dal suo nome, che deriva appunto da gris, grigio.

Dalle donne grigie delle fiabe agli uomini grigi della civiltà industriale. Il colore della medietà celebra il suo trionfo sociale a metà Ottocento quando diventa la divisa degli uomini d’affari, eminenze grigie del mondo borghese, avvolti nei loro completi di grisaglia. Il grigiore fatto tessuto appunto. È l’apoteosi dell’uomo medio, annullato dal Fumo di Londra che veste un ruolo più che una persona. Un po’ come il Tasmania che imperversa oggi più che mai nei palazzi del potere, confermandosi come colore centrista per antonomasia. Il colore del compromesso.

Oggi il grigio domina nell’architettura, nello stile, nel design. Coprendosi di bagliori trionfali nell’alluminio degli edifici che illuminano il profilo delle città. Satinato come quello delle leghe leggere. O metallizzato come quello delle auto. Non è certo lo stesso tono delle città industriali annerite dal fumo e avvolte dalla nebbia, come la Londra di Charles Dickens o la Berlino di Walter Benjamin. Quello era un grigiore untuoso che pesava sulle cose e sulle anime. Quello di oggi è un riflesso del cielo, un metallo rampante. È grigio light. [Download PDF]

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Marino Niola
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