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Vite veloci al banco del bar – La Domenica di Repubblica

28 Settembre 2008

Qualità e gusto, socialità e velocità. Naturalmente in tazza piccola. È il segreto di un grande espresso. Ovvero la via italiana al caffè. Sinonimo di un piacere breve ma intenso. Fatto apposta per un tempo che si fa sempre più corto, sincopato, fatto di sensazioni da consumare al volo. Ma in mezzo agli altri. Senza farsi mancare nulla. Soprattutto quel modo di scambiare idee, opinioni, informazioni, gossip, riflessioni, quasi sempre sui massimi sistemi. L’universo in pochi cenni. Quel che si dice chiacchiera da bar. Nulla di più superfluo ma nulla di più essenziale, almeno per gli italiani. È per questo che il tempio dell’espresso è il bar. Luogo ad alta densità, fatto di tempi che si incastrano e di persone che si incontrano a velocità sempre maggiore. Dove i pochi minuti per bere un caffè diventano gocce di tempo concentrato: ristretto ma di grande qualità. Come l’espresso. Che spezza la nostra routine con brevi intervalli che cadenzano la nostra vita dandole un ritmo. Proprio come nella musica dove le pause sono indispensabili alle note. La pausa caffè, ormai glocalizzata in coffee break, è la sospensione che ci rimette in armonia con noi e con il mondo. Ci resetta il corpo e la mente.

In questo senso la storia del bar in Occidente è indissolubilmente legata alla travolgente fortuna del caffè. Esiste una stretta corrispondenza tra il ritmo sempre più veloce della modernità e le proprietà eccitanti del caffè, tra il gusto amaro e forte dell’arabica e le lucide emozioni del business. I primi caffè nascono nell’Europa del Seicento e sono locali dove ci si riunisce per gustare profumate miscele e per conversare, ma anche per concludere affari, per tener d’occhio la concorrenza: oggi si direbbe per ottimizzare le relazioni. Se il caffè è stato l’emblema della modernità nascente, il bar è il simbolo della modernità trionfante. Nasce dall’accelerazione sempre maggiore dei ritmi di vita imposta dalla rivoluzione industriale e dall’esigenza di conciliare i tempi della produzione, del consumo e delle relazioni sociali senza sacrificarne nessuno. Un consumo di massa tanto che nella Londra di metà Ottocento si consumavano la bellezza di cinquantamila caffè al giorno. Una cifra sorprendente, e non solo per quegli anni.

E se il centro ideale della coffee house era la sala, è il banco ad essere il centro ideale del bar. E banco, in inglese bar, significa letteralmente la “barra”, l’asse dove ci si appoggia. Il confine invalicabile che unisce e divide i ruoli del barista e dell’avventore, che detta forma e tempi delle relazioni personali, rendendole mobili e flessibili. Il consumo è rapido come i discorsi che ci si scambia stando in piedi.

L’introduzione del banco è dunque un’innovazione che rende possibile un turn over continuo dei clienti. Accelera la consumazione esattamente come la ferrovia il viaggiare e il telaio meccanico la tessitura. Se la barra è a tutti gli effetti il nastro trasportatore della fabbrica del gusto, per noi, figli della postmodernità, il bar è anche un insostituibile ammortizzatore dei nostri interim, la camera di decompressione tra i pieni e i vuoti che scandiscono la giornata della società interinale. Luogo familiare e al tempo stesso scena di incontri sempre nuovi, il bar — che sia quello sotto casa o quello anonimo di un aeroporto intercontinentale — è un plus-locale dove è possibile consumare di tutto. Anche se la sua ragion d’essere resta sua maestà il caffè. Tant’è che da sempre è il logo della miscela a dare nome e blasone al bar. Assieme, ça va sans dire, alla mano del barista che compie il prodigio di trasformare acqua bollente e polvere nel fast drink più famoso del pianeta. L’oro nero che fa scorrere un po’ d’Italia nelle vene del mondo. [Download PDF]

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Marino Niola
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