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La lunga marcia da alimento-base a ghiottoneria – La Domenica di Repubblica

16 Maggio 2010

Non abbiamo che cinque pani. Lo dicono gli apostoli a Gesù. E il figlio di Dio risponde con il celebre miracolo della moltiplicazione sfamando cinquemila bocche. Oggi ad essere in cinquemila sono i pani con tutti i loro derivati. Ma questa volta la moltiplicazione è opera del mercato. È un miracolo economico. Che ha progressivamente trasformato l’alimento per antonomasia, il minimo vitale della sussistenza in uno sterminato catalogo di fantasie da forno. Forme e pezzature sempre più minute, sempre più ricercate. Con buona pace del pane comune, sopraffatto da uno tsunami di pani speciali. Alle olive, al sesamo, ai semi di papavero, di finocchio, al pomodoro, alle noci, all’uvetta, alle erbe, allo zafferano, allo zenzero. E chi più ne ha più ne metta.

Nella civiltà del benessere, insomma, non si vive di solo pane. Ma piuttosto di panini, soffiate, coppiette, michette, ciriole, grissini, tarallini, crackers, schiacciate, pancarré, panbrioche, scrocchiarelle, brezel, bagel, sfoglie, gallette. Piaceri leggeri, fragranti, golosi, fatti per stuzzicare il palato più che per riempire la pancia. È il trionfo del postpane. Specchio di un edonismo di massa che moltiplica gli sfizi come i vizi, le preferenze come le intolleranze. E parcellizza il pane proprio come il lavoro. Pani monoporzione per un’umanità sempre più single, alimenti interinali a misura di un popolo di partite iva.

Il fatto è che il pane non è più la base della nostra piramide nutrizionale ed è diventato poco più di un surplus voluttuario. Sempre più elaborato e costoso, proprio come quelle focacce condite e filoni farciti che una volta arricchivano la tavola dei signori, accanto a carni e pesci prelibati. Ghiottonerie condannate dalla Chiesa in quanto simboli del peccato di gola, di un mangiare da ricchi epuloni. Un segno morale e politico che resta impresso in nomi come kaiserbrot, herrenbrot, pane del prete, pane del principe, pan ducale, galletta del re. O nell’etimologia di parole potenti come Lord, che in origine significa il custode del pane ben lievitato. E come Lady che nell’inglese antico designava per antonomasia la donna che impasta, nostra signora della lievitazione.

Mentre i contadini e le plebi urbane, i dannati della terra che assaltavano i forni per la fame, non avevano null’altro che pane. E certo non di quello bianco, fragrante e profumato. Ghiande, crusca, segale, miglio, farro, orzo, tutto era buono per far pagnotte. Era questo il nero nutrimento dei poveri cristi, quello che non a caso compare nelle rappresentazioni dell’Ultima Cena. O nelle immagini dell’umile grotta di Betlemme dove spesso accanto alla Vergine c’è una gerla di pane scuro. Quello che adesso chiamiamo integrale e che abbiamo elevato a emblema supremo di salute e di salvezza. In un cortocircuito tra fibra vegetale e fibra morale. E così noi epuloni buonisti, cerchiamo di far quadrare il cerchio tra edonismo e temperanza comprando a prezzi da ricchi alimenti da poveri. È il contrappasso della gola che cerca di redimere le sue colpe. Nel nome del pane.

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Marino Niola
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