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Duri e puri per natura, l’inflessibilità in una scarpa – La Domenica di Repubblica

11 Luglio 2010

Sono l’essenza dura e pura della calzatura. La scarpa inflessibile che si spezza ma non si piega. È la sua proverbiale rigidità ad aver fatto dello zoccolo un simbolo di resistenza, di rottura, di ostinazione. Vizi o virtù che hanno in un modo o nell’altro a che fare con la durezza della vita, contadina e non solo. Da quando sono stati inventati gli zoccoli non hanno mai smesso di essere delle allegorie, ancorché robustamente pedestri, di una condizione sobria, essenziale e spartana. Emblemi di povertà, ma anche di un carattere tosto. Come il legno dei sabot che le operaie francesi gettavano nelle macchine per “sabotare” la produzione.

Gli zoccoli insomma sembrano fatti apposta per rimanere coi piedi per terra. Tutti d’un pezzo come quelli che hanno trasformato le olandesine in icone della bellezza acqua e sapone. Zatteroni vertiginosi come gli oboko dall’alto dei quali le Geishe entravano rollando nell’impero dei sensi. Foderati di pelliccia come quelli dei camionisti nord europei
che più lanzichenecchi non si può. Bianchi, bucherellati e asettici alla maniera svedese fatti apposta per il look ospe-
daliero. Fino allo zoccolo light del dottor Scholl che di fatto inventa il glamour ortopedico a misura di piedi liberati come quelli di Twiggy e di Jean Shrimpton. Cambiano le forme ma il principio è lo stesso. Materiali forti per fronteggiare situazioni d’urto. Come gli zoccoli delle femministe che negli anni Settanta appendono al chiodo le scarpette da brave ragazze e fanno dei loro leggendari sabot un simbolo contundente. Da lanciare contro lo specchio di un femminile tutto casa e chiesa, fatto di gonnelline plissettate e camicette immacolate. Al ticchettio seducente ma sottomesso dei tacchi a spillo le “nuove streghe” contrappongono il loro fragore strafottente e fiero da zoccolanti della contestazione. Così il secondo sesso indossa le vesti del quarto stato e decide di riscrivere la storia dalla parte delle bambine.

Siamo in pieno revival folk quando mettersi nei panni degli ultimi, contadini o campesinos che fossero, non era solo un modo di dire ma un modo di vestire, il segno tangibile di una condivisione di valori scritta sul corpo. Di una sensibilità che non a caso ha il suo manifesto poetico in un film come L’albero degli zoccoli. Dove l’umile calzatura dei diseredati viene trasfigurata da Ermanno Olmi in un simbolo politico ed evangelico di una vita da poveri cristi. Gilet neri, gonnelloni a fiori e zoccoli borchiati diventavano così il fashion etico di un’intera generazione. Una moda trasversale, capace di mettere d’accordo rivendicazioni libertarie e utopia politica, terzomondismo e flower power, operaismo e Woodstock. Oggi gli zoccoli tornano alleggeriti dal peso dell’ideologia. Mobili, perfino flessibili, addirittura trasparenti. Non più abbinati a gonne lunghe e palandrane orientaleggianti, ma disinvoltamente associati a jeans superslim e hot pants. Zeppe e zatteroni incarnano lo spirito casual della modernità liquida. Dove la libertà è un dato acquisito, almeno in parte. E lo zoccolo da arma del sesso debole diventa finalmente l’accessorio del sesso forte.

 

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Marino Niola
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