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Il paese dei coppoloni – la Repubblica

1 Aprile 2015

“Il paese dei coppoloni” è il nuovo romanzo di VINICIO CAPOSSELA in corsa per il Premio Strega. Ne parlo oggi su Repubblica.

Ci piace increare canti per ogni moto dell’anima nostra. Così i fatti si tramandano e uno sa sempre a chi appartiene». Questa interrogazione sulla provenienza ricorre come un basso ostinato nel rapinoso romanzo di Vinicio Capossela, Il paese dei coppoloni (Feltrinelli, pagg. 352, euro 18). Una via dei canti che riattraversa la terra dei padri alla ricerca dei “Siensi” perduti. Di quell’intima ragione di sé che gli anni e le migrazioni, le erranze e gli errori hanno trasfigurato, senza tuttavia riuscire a spegnere il fuoco dell’origine. Che brucia ancora tra le balze di un’Irpinia astratta e rarefatta. Una terra a dispetto, dove le persone portano sulle spalle il peso di essere allegorie viventi, impastate nella loro terricola concretezza che le trasforma in astrazioni poetiche. Su quegli altipiani gravidi di grano duro, dove la “Relogia” della storia ha le lancette ferme alle otto meno venti della sera, l’ora in cui la civiltà contadina morì il 23 novembre 1980 «col tremamento della terra», il protagonista compie la sua nekya, la discesa nelle viscere di un tempo e di uno spazio mitologici. E come Ulisse, come Dante, come Orlando l’io narrante si muove tra abissi celesti e terrestri, calanchi dell’anima e sprofondi del ricordo. Apparizioni e agnizioni. E soprattutto visioni che in questa terra di mezzo sono i viadotti della memoria, i ponti che legano vivi e morti in un cosmorama da leggenda. E proprio visioni sembrano i personaggi che fanno da guida a Vincenzo. Appaiono come gli aiutanti magici delle fiabe e una volta esaurito il loro compito scompaiono, per poi materializzarsi più avanti, come i temi e i motivi di una musica. E tutti a turno ripetono la stessa domanda, che ha qualcosa dell’iniziazione. Chi siete? A chi appartenete? Che andate cercando? E la risposta suona come una formula misterica. «Vado cercando musiche e musicanti per le terre dei padri… nel paese dell’Eco che mi hanno detto risuonare di suoni». Così il cammino di questo cercatore di canti si srotola come un tappeto iniziatico, una calata negli abissi di una memoria che si manifesta per intervalla insaniae, che lancia segnali e ammonimenti per bocca di Sibille decrepite, dai capelli verdi sparsi in onde argentate. Come la Totara Oracola, la veggente che appare tra le spine di un cardo, a guisa di una suggeritrice nella buca della memoria, e regala zolle di terra a quelli che il treno se li è presi. E gli fa affiorare nei Siensi dell’anima detti, consigli e ricordi, rondini e soffi d’aria. Così rimangono invischiati in rovi di proverbi e parole. E sotto l’alta Rupe di Cairano, dove le luci sembrano stelle dell’Orsa che orientano i naviganti in un mare di erba e di grano, il viandante trova Coppolicchio, lo sciamano e custode dei Siensi dell’intelletto, quelli che rendono l’uomo assennato. Non per nulla senso e senno hanno la stessa etimologia. E Coppolicchio incoppolato da un berrettone che lo copre fino alla bocca ammucchia i Siensi di chi li ha perduti. E cade vittima del Guarramonio che libera gli istinti ferini. E delle Fauníe, le irrequietezze del fauno, le frenesie lupercali che si impadroniscono degli uomini e li mandano a sperdersi di qua e di là. Stranieri anche a se stessi. Posseduti e indemoniati dall’Abbunndanza e dalla Grande Busciarda, la televisione che “gli tremula visioni” e rende tutti soli e addomesticati. Il viaggio di Vincenzo prosegue tra paesi dalle porte socchiuse vegliate da donne tabernacolo, donne sarcofago dalla faccia di mummia, che recitano le loro litanie in memoriam et refrigerium di mariti immancabilmente premorti. Queste Mammenonne dai volti severi come lapidi, queste Gummari vestite di nero come cornacchie sono le pietre angolari di case e paesi, ma anche zavorre che pesano sui destini di tutti. Ad ogni tappa di questa Odissea irpina entrano in scena nuovi compagni di avventura. Don Lione, che toglie i diavoli del corpo a quelli che hanno perduto la mansuetudine. Cenzino ai-catta-go, che in qualunque posto si trova, subito se ne deve andare in un altro. L’omerico Testa di uccello, cieco e veggente, profetico e rebetiko. La Marescialla e Camoia, liberi amatori, che quando gli viene l’ispirazione si fanno una cena romantica nel vagone ferroviario parcheggiato nel prato. E il tenore Cicc’Bennet, alias Ciccillo Di Benedetto, che rinunciò a una carriera da star in America perché tornò per la malattia di sua madre e fu ripreso per sempre dal paese, inghiottito dalle sabbie immobili di un sentimento diventato sedimento. E sfinimento. E risentimento. Il paese dei coppoloni è un libro intriso di storia e tramato di storie. Eppure non fa storie, né fa questione del Meridione. Ma vola alto. La sua scrittura è mitica, nel senso di Eliot, non per l’oggetto, ma per il metodo che trasfigura anagrafi e sembianti e li associa in una lussureggiante foresta di simboli, grazie a una lingua non omologata ma «infangata nella terra delle origini». Una lingua ventosa. Portata dalle brezze ed ebbrezze d’Oriente e d’Occidente che soffiano sull’osso appenninico d’Italia. Il risultato è una scintillante operetta morale, un canto notturno di un suonatore errante, ondivago e ritornante come le balze e le controbalze ebbre d’aria di un’Irpinia abbacinata dai demoni meridiani. E stregata dalla luna, la «palla di fluoro immensa come una serenata» che riconsegna persone e cose alla verità dell’essere. Alla Quatriglia scatenata che alla fine fa cadere tutti in terra «sponzati come baccalà». Perché, come diceva Nietzsche, senza musica la vita sarebbe un errore.

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Marino Niola
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