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La banalità del male è quella della mela – Mangiare i simboli/4

27 Luglio 2015

Su Repubblica di oggi la quarta puntata della mia serie Mangiare i Simboli. Buona lettura!

Se Dio avesse vietato di mangiare il serpente, diceva Mark Twain, Adamo ed Eva se lo sarebbero fatto alla brace. Perché il gusto del proibito è antico quanto l’uomo. Di conseguenza non avrebbero colto la prima mela. Condannando il frutto del peccato a restare un pomo qualunque, buono giusto per farcire l’apple pie. Invece il frutto dell’albero della conoscenza deve la sua fortuna simbolica proprio al peccato originale. Che ha fatto precipitare i nostri progenitori dalle stelle alle stalle. E li ha proiettati nella storia, dove procurarsi il cibo col sudore della fronte e partorire con dolore sono il duro algoritmo della condizione umana. Un passo falso per un falso frutto. Proprio così i botanici definiscono la mela, perché la polpa non deriva dallo sviluppo del seme, ma da quel che gli sta intorno. Insomma, era destino che girasse storta. Da quel giorno lontano il malum è diventato il simbolo dei simboli. Non a caso in latino ha lo stesso nome del male. E se il primo pomo costa lo sfratto alla coppia regina della specie umana, il secondo fa scoppiare la madre di tutti i conflitti mondiali, cioè la guerra di Troia. Questa volta per colpa di Eris, la dea della zizzania, che rosica perché nessuno l’ha invitata al royal wedding tra Teti e Peleo, i futuri genitori di Achille. Per vendicarsi, lancia sul tavolo nuziale una mela d’oro sulla quale è scritto «alla più bella». Era, Atena e Afrodite cominciano subito ad accapigliarsi per portare a casa il trofeo. E Zeus, il solito pesce in barile, molla la patata bollente a Paride, figlio di Priamo, l’uomo più bello del reame. Il principe troiano, senza esitazione, assegna il titolo ad Afrodite che gli ha promesso in cambio l’amore di Elena, la donna più bella del mondo. Ma che, malauguratamente, è anche moglie di Menelao. E qui la storia assume toni da telenovela. Dieci anni di pianti, lacrime e sospiri, che per raccontarli ci sono volute un’intera Iliade seguita da un’interminabile Odissea. E tutto per quel maledettissimo pomo della discordia. E per rubare tre pomi d’oro dal mitico giardino delle Esperidi e offrirli ad Afrodite, Ercole è costretto a compiere una delle sue proverbiali fatiche. Gli stessi frutti serviranno poi a Ippomene per vincere la corsa con la bellissima e imprendibile Atalanta, che sfida i suoi spasimanti in una gara a perdifiato mettendo in palio le sue grazie. L’astuto pretendente lascia cadere l’una dopo l’altra le cotogne luccicanti che la figlia del vento si ferma a raccogliere, mentre lui vola verso la vittoria e il matrimonio con la bisbetica domata. L’ennesima storia di una donna che non sa resistere all’attrazione fatale esercitata dal malum. Dal mito alla fiaba, la sfera col picciolo non smette mai di colpire. Come diceva Guido Ceronetti, la mela è un frutto misteriosamente manipolabile dai poteri magici. E bastano le mani adunche di una strega cattiva per trasformarla in un dono avvelenato destinato alla candida Biancaneve. E l’associazione tra principesse, matrimoni e mele attraversa anche il folklore slavo. Pieno di pulzelle di sangue reale che non vogliono sposarsi, ma vengono ridotte a miti consigli da una mela d’oro. Come la bella Macienka, una Atalanta bulgara. O come la fanciulla bianca come il latte e rossa come il sangue, protagonista della fiaba delle tre melarance. Che ha esattamente gli stessi colori della ragazza- mela di Italo Calvino. Insomma dove c’è una vergine stregata ci sono sempre un pomo incantato e un principe innamorato. Elementare no? Ma in fondo proprio per questo la mela resta un evergreen dell’immaginario. Perché è un simbolo facile per significati difficili. Un logo double face, capace di raffigurare il bene e il male come due metà dello stesso frutto. Tant’è vero che l’emblema del peccato e della tentazione può trasformarsi in messaggio positivo. Come insegna la storia di Johnny Appleseed, alias Giovannino Semedimela, il personaggio dei cartoon che ha insegnato ai bambini nordamericani il valore edificante di questo frutto, pieno di virtù etiche e dietetiche. Simbolo dello slancio imprenditoriale di quei self made men che furono i pionieri e, al tempo stesso, di un’alimentazione semplice da gente sobria. Quelli che una mela al giorno leva il medico di torno. Lo diceva anche Sir Winston Churchill, che però aggiungeva cinicamente, basta avere una buona mira. Ed è ancora una volta una questione di mira a trasformare il frutto del desiderio in una bandiera politica, nel celebre caso di Guglielmo Tell, l’eroe nazionale svizzero. Che viene costretto, dal cattivo di turno, a mettere una renetta in testa a suo figlio e nonostante la comprensibile emozione, la centra in pieno con una freccia. Come dire colpisce il malum a fin di bene. Ma qualche volta prendersi una mela sulla testa o, come è più probabile, esserne sfiorati come succede a Newton, può far venire grandi idee. Per esempio che la luna è attratta dalla terra come un frutto che cade dall’albero. E perfino oggi un pomo della discordia può scatenare conflitti planetari che sono già mitologia del nostro tempo. È il caso della guerra dei trent’anni che ha visto l’una contro l’altra armate la Apple Corps, leggendaria etichetta dei Beatles e la Apple Computers di Steve Jobs, il compianto freak dell’hi tech. È dal 1976 che la Granny Smith di Abbey Road combatte contro la Macintosh smozzicata di Cupertino. Mela vs mela. Solo nel 2007 è scoppiata una pace miliardaria, che ha assegnato all’azienda californiana la proprietà della mela più cara della storia. Insomma i simboli contano tanto che spesso e volentieri diventano contanti. Come dire la banalità del malum. Anche Churchill era d’accordo: una al giorno leva il medico di torno. Ma,aggiungeva,bisogna avere una buona mira Diceva Mark Twain: se Dio avesse proibito di mangiare il serpente, Adamo ed Eva se lo sarebbero fatto alla brace.

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Marino Niola
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