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Pitagora, lo scienziato che inventò il doping – La parola presente/6

1 agosto 2016

Ne parlo oggi su Repubblica nella sesta puntata della mia serie La parola presente. La parola di oggi è agonismo.
Buona lettura!

L’importante è vincere o partecipare? Né l’uno né l’altro. Oggi quello che conta è stravincere. Alle Olimpiadi e non solo. Perché viviamo nella società della competizione spinta, che ha fatto dello sport il paradigma della vita. Dall’economia al lavoro, dall’etica all’estetica, dalla forma mentis alla forma fisica, dal business al fitness. Tendiamo a immaginare l’esistenza come una maratona, il quotidiano come un percorso a ostacoli, il confronto con gli altri come un match, e il lavoro come un rush. Termini come assist, fantasista, velocista, libero, mediano, attaccante, incontrista, contropiedista, sono stati presi in comodato d’uso dalla lingua e dal senso comune. Un prestito di vocaboli che da metafore stanno diventando realtà letterale, riflettendo una generale sportivizzazione del nostro mondo.
Citius, altius, fortius. Più veloce, più in alto, più forte. Il motto olimpico usato per la prima volta in occasione dei Giochi parigini del 1924, è diventato il mantra della società dell’efficienza, che divide il mondo in vincenti e perdenti. Dalla scuola alla sanità, dall’università all’impresa. Un virus agonistico che ci sta cambiando dentro, nel modo di amare e di sognare. Prove, training, verifiche, test, rodaggi. Il risultato è una generale febbre performativa che contagia tutto e tutti.
Questa muscolarità virale in realtà viene da molto lontano. Inizia proprio con l’istituzione delle Olimpiadi, nel 776 avanti Cristo. Da quel momento nasce lo sport nel nostro senso della parola. E quello dell’atleta diventa un ruolo sociale, un modello ideale. E il primo a inaugurare l’era del divismo sportivo è il leggendario lottatore Milone di Crotone, cui lo storico Jean-Manuel Roubineau ha dedicato un bel libro appena uscito in Francia: Milon de Crotone ou l’invention du sport (Presses Universitaires de France). Argomento il mostruoso score agonistico del campione più longevo della storia olimpica. La sua prima vittoria risale al 536 avanti Cristo, l’ultima al 512. Ventiquattro anni di medaglie senza soluzione di continuità. Una longevità atletica spaventosa e non solo per i parametri di questo tempo in cui i divi dello sport si bruciano come falene, nel lampo di qualche stagione.
Milone, che già in età junior è talmente forte da battere i seniores più celebrati del suo tempo, inaugura un’idea professionistica dell’agonismo, dove l’aspetto competitivo prevarica sempre di più lo spirito ludico. E i verbi gymnazein, allenarsi e agonizomai, cioè competere, scendere nell’agone, diventano le password che sintetizzano lo spirito di quel tempo. E gettano le basi di quello nostro. Insomma lo sport smette di essere un gioco, per diventare una filosofia e un investimento sul corpo. Che ha bisogno di uomini forti, coraggiosi, muscolosi, in buona salute e che non temono lo scontro. Sia nello stadio sia sul campo di battaglia. Non a caso Milone guida l’esercito di Crotone nella guerra vittoriosa contro i Sibariti, con la clava in mano e con la pelle di leone sulle spalle. Insomma travestito da Ercole. Il campione diventa una sorta di eroe. Un simbolo in cui il popolo si identifica e che venera alla stregua di un semidio. Come la parte migliore di sé. Del resto proprio questo significa la parola campione.
Ed è allora che ci si rende conto che per produrre dei fuoriclasse c’è bisogno di professionalità sempre maggiori. Per dirla con le parole di oggi, infrastrutture sportive, centri di addestramento, palestre, stadi, allenatori, massaggiatori. Seicento anni prima di Cristo la Grecia è protagonista di una vera e propria rivoluzione agonistica che cambia la faccia del paese. In questo fermento muscolare le Olimpiadi diventano la ribalta della competizione tra le città, una continuazione della politica e della guerra con altri mezzi. Una straordinaria macchina di mobilità sociale in grado di far diventare i vincitori ricchi e famosi, idolatrati dai fan, immortalati da artisti e poeti. E addirittura eterni, visto che in occasione delle Olimpiadi del 1924, la Francia dedica un francobollo proprio all’invincibile Milone. E una multinazionale del food come Nestlé nel 1934 lancia, con il nome di Milo, una bevanda energizzante la cui etichetta raffigura una performance del lottatore di Crotone che si carica sulle spalle nientemeno che un toro.
Prestazioni del genere sono possibili solo con un cronoprogramma alimentare adeguato. E Milone il nutrizionista d’eccezione ce l’ha. È addirittura Pitagora, padre nobile del vegetarianesimo che, per il suo allievo, abiura il credo green e studia una dieta da paura. Dodici chili di bistecche, altrettanti di pane e dieci di vino, al giorno. Insomma l’inventore delle tabelline considera la carne un dopante, una droga. Sconsigliabile per gli uomini, obbligatoria per i superuomini. Costretti a una vera e propria alimentazione forzata. Così le ragioni agonistiche entrano in contraddizione con quelle della salute. E del resto in materia di doping gli antichi non erano secondi a nessuno. E, fatte le debite proporzioni, gli additivi cui ricorrevano concorrenti e coach, erano degni degli intrugli che utilizzano i russi. O dei beveroni che a Seul 1988 fecero perdere a Ben Johnson faccia e medaglia. I gloriosi Achei si anabolizzavano con sostanze forse più caserecce, come il fieno greco e il sesamo, comunque vietatissime, pena l’esclusione immediata dai giochi. A fare i controlli erano i sacerdoti di Zeus Olimpio, garanti supremi della morale pubblica.
Insomma nella Grecia di Milone si intravede la genesi del nostro agonismo a trecentosessanta gradi, della nostra perenne ansia da prestazione. Di quell’ideologia del risultato a ogni costo, sportivo o economico. Per cui tutto è gara. La vita è una lotta contro il tempo, il lavoro una lotta con gli altri e la dieta una lotta contro se stessi. Da cui usciamo al tempo stesso vincitori e vinti.

Marino Niola
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