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L’antico rituale del sacrificio al vulcano Bromo – la Repubblica

10 Agosto 2016

Ne ho parlato oggi su Repubblica. Buona lettura!

Una folla variopinta risale faticosamente i fianchi della montagna tonante. Abiti, cappelli, scarpe da ginnastica hanno colori sgargianti, accostati come solo gli Indonesiani riescono a fare. Portano doni alle divinità che abitano la sacra caldera. Frutta, verdura, cereali, fiori, monete. E animali, polli, galline e capre che vengono lanciati nel cratere.
Mentre una schiera di straccioni, armata di lenzuola e di retini da farfalle, cerca di intercettare le offerte rischiando di precipitare nell’abisso. Sono immagini spaesanti, che mettono a dura prova la nostra etica e la nostra ragione, la nostra sensibilità e la nostra pietà.
Sia per gli umani che per le bestie. Eppure si tratta di un sacrificio antichissimo. È il grande pellegrinaggio che nel mese di agosto di ogni anno richiama il popolo Tenggerese all’ascensione rituale sul monte Bromo per la cerimonia di Yadnya Kasada. Il climax è al primo quarto di luna, quando l’astro notturno è spaccato a metà come un cocomero. Siamo ad est di Giava, in una enclave induista che si rifugiò in questo mare di sabbia e di fuoco sei secoli fa, per sfuggire all’islamizzazione dell’isola. A guidare l’esodo furono la principessa Roro Anteng e il marito Joko Seger, che non riuscendo ad aver figli salirono per primi fino all’orlo del cratere per chiedere aiuto al dio che lo abita. Furono accontentati perché il loro cuore era sincero. Ma il prezzo da pagare fu altissimo. La crudele divinità chiese in cambio l’ultimo dei loro venticinque pargoli, il principino Kesuma. Che per il bene della comunità fu lanciato nelle fauci ruggenti del Bromo. Il dolore dei genitori fu indicibile, ma il popolo fu salvo. E da allora i discendenti dei primi abitatori della caldera rinnovano il sacrificio alle potenze del fuoco.
I loro sciamani spiegano per filo e per segno il significato dei doni. Fiori per scacciare i demoni, ortaggi per ringraziare la terra e frutti per invocare la fertilità dei campi come delle persone. E poi il riso, che per gli Indonesiani è una vera e propria grammatica. Quello bianco è segno di purezza, rosso indica il ritorno al fuoco originario, giallo simboleggia la buona condotta. Il nero è il colore della creazione, mentre quello verde evoca la luce smeraldina del dio. E infine gli animali, i beni più preziosi per il popolo del Bromo, che vengono sacrificati proprio come l’infelice principe Kesuma. Immolati, come agnusdei, proprio perché aiutino le anime dei defunti a raggiungere il paradiso.
È la parte del rito più difficile da digerire. Perfino se ci si sforza di accostarlo al nostro sacrificio pasquale dell’agnello. Ma come spesso accade nelle cerimonie religiose, quello che visto dal di fuori sembra assurdo e imperdonabile, analizzato da vicino è un po’ più comprendere. I devoti della montagna, infatti, non si dispiacciono se altri riescono ad acciuffare i loro doni. Il che significa il più delle volte che gli animali non muoiono e che i cibi vengono recuperati. I Tengger dicono che in quei casi la loro coscienza è pura perché la penitenza è stata pagata. E in compenso hanno contribuito indirettamente ad aiutare dei bisognosi. Che è proprio quel che succedeva nel mondo antico quando il sacrificio animale serviva a saziare il dio con il fumo e i poveri con la carne. Perché molto spesso i diseredati vengono considerati l’incarnazione della divinità o i suoi rappresentanti sulla terra. In termini cristiani è come dire che c’è un po’ di Cristo in ogni povero cristo.

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Marino Niola
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