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Il futuro è un uomo che partorisce con coraggio. Avere un figlio non è né maschile né femminile. È solo umano – D la Repubbica

17 Settembre 2016

Le statistiche dicono che ogni quattro secondi una donna mette al mondo un bambino. Il problema è trovare quella donna e fermarla”. La folgorante battuta è del comico inglese Henry Youngman. Oggi però trovare quella donna non basta più, perché a fare figli ci si sono messi in tanti. Uomini compresi.

Come e perché il concepimento sia diventato una pratica trasversale, che va al di là dei sessi, dei generi e dell’età, lo racconta la genetista britannica Aarathi Prasad in Storia naturale del concepimento. Come la scienza può cambiare le regole del sesso (Bollati Boringhieri). Il sottotitolo contiene, di fatto, la chiave del libro. Perché la tesi di Prasad è che nell’antica idea della donna come madre per natura stiamo entrando in una nuova era della procreazione, in cui a dettare legge non è più la natura, ma la scienza e la tecnologia che offrono agli individui una libertà di scelta finora impensabile. Nel caso che la fecondazione assistita sta progressivamente mettendo fuori gioco il pensiero unico della maternità. Quello che dalla notte dei tempi considera la donna il solo essere concepito per concepire. Un’incubatrice ambulante. Una portatrice passiva. Lo dicono le parole stesse che nelle varie lingue si riferiscono alla generazione. A partire dal latino concipere – da cui il nostro concepimento, il francese e l’inglese conception, lo spagnolo concepciòn – che significa contenere qualcosa. Fino a termini come il tedesco Empfaingnis, ricevere, o l’italiano gravidanza, che ha il peso e la fatica nel nome. E persino un vocabolo apparentemente lontano come matrimonio, vuol dire letteralmente “compito della madre”. Un’idea quasi agricola della procreazione, specchio di una natura e di una società entrambe immutabili, che assegnano le parti una volta per tutte. Alla femmina quella di terra da seminare, al maschio il ruolo di seminatore. Proprio così Eschilo chiama il padre.

Eppure anche prima dell’inseminazione assistita, ci sono stati degli esploratori dell’avvenire che sono andati oltre le colonne d’Ercole della procreazione cosiddetta naturale. Nel 1500 il grande filosofo e alchimista Paracelso cercò di riprodurre l’origine della vita sigillando del seme maschile in un’ampollina di vetro e magnetizzandolo. Col risultato di ottenere una cosa che assomigliava a un feto. Una via di mezzo tra la larva e l’ectoplasma, chiamata homunculus, da impiantare in una giumenta che avrebbe dovuto fungere da utero in affitto. Insomma Paracelso può essere considerato il precursore della fecondazione in vitro. E il suo homunculus è a tutti gli effetti il cugino di Superbabe, soprannome attribuito dall’Evening News a Louise Joy Brown, la prima bambina concepita in provetta nel luglio 1978. E che adesso è sempre meno sola, visto che negli Stati Uniti a nascere in laboratorio è un bambino su cento. E in Inghilterra addirittura uno su cinquanta. Cifre che bastano da sole a dare l’idea del terremoto che sta rimettendo in discussione l’universo della parentela (..).

Come dimostra il caso di Thomas Beatie che nel 2008 è stato il primo transgenico al mondo a dare alla luce una bambina, dopo essere diventato un maschio – senza però sottoporsi all’isterectomia – con l’aiuto di un ovulo di sua moglie Nancy e lo sperma di un donatore esterno. “Avere un bambino non è né maschile né femminile. È semplicemente umano”, ha dichiarato allora ai giornali.

E nello stesso anno, in Australia, gli scienziati del Dipartimento di medicina del New South Wales hanno creato il primo utero artificiale servendosi di un oggetto comunissimo ed economicissimo come un contenitore di plastica. Con buona pace della sacralità dell’utero materno. Da quel momento anche i maschietti possono far propria una rivendicazione femminista come “l’utero è mio e me lo gestisco io”. E forse in un futuro neanche troppo lontano, il vero uomo sarà quello che affronta coraggiosamente i dolori del parto.

 

 

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Marino Niola
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