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A furia di cercare l’esorcibo, siamo scivolati nell’era di homo dieteticus – Il Mattino

7 Ottobre 2016

In prima pagina sul quotidiano Il Mattino ho presentato la mia lezione di domani che terrò alle 12:15 a Napoli nel cortile d’onore di Palazzo Reale in occasione di Futuro Remoto.

Mangio dunque sono? Era vero una volta, quando si diceva che siamo quello che mangiamo. Ora è vero il contrario. Siamo quello che non mangiamo. Vegetariani, vegani, macrobiotici, lattofobi, crudisti, sushisti, naturisti, no gluten, carnivori, fruttivori, localivori. Tutto fuorché onnivori. Ormai i cittadini globali si dividono in tribù alimentari. Ciascuna si identifica nelle sue passioni e ossessioni, totem e tabù. Tofu contro carne, soya contro uova, quinoa contro grano, crudo contro cotto. Insomma, se il cibo è il pensiero dominante del nostro tempo, la dieta ha smesso di essere una misura di benessere per diventare una condizione dell’essere. Come dire che se una volta eravamo noi a fare la nostra dieta adesso è la nostra dieta a fare noi. È diventata una pratica fisica, ma anche morale, che riguarda salute e salvezza, corpo e anima. Una forma di fede alimentare. Una religione senza dio. Fatta di rinunce spontanee. Penitenze laiche. Sacrifici che hanno a che fare più con la coscienza che con la bilancia. Fioretti secolarizzati di una civiltà che considera la depurazione del corpo alla stregua di un drenaggio dell’anima. E fa cortocircuitare fibra alimentare e fibra morale. Col risultato di espellere dalla tavola la dimensione del piacere, dello scambio, della condivisione, dell’ospitalità. Una mutazione antropologica che è sotto gli occhi di tutti. Tanto che quando si invitano a cena gli amici bisogna aprire un file excel per incrociare allergie, idiosincrasie e manie di ciascuno. E per riuscire a trovare un menù che vada bene a tutti. Siamo tutti alla ricerca dell’alimento ideale, che ci rimetta in pace con noi stessi. Tutti alla ricerca del regime salvifico. Finendo, più o meno consapevolmente, per trasformare il cibo in un’arma di quella crociata che il nostro corpo conduce contro se stesso e contro i nemici che attentano alla sua perfezione immunitaria. Col risultato di eliminare tutti gli alimenti individuati come pericolosi, riducendo la dieta a pochissimi nutrienti, spesso con grave danno per la salute. Ci troviamo di fronte a una medicalizzazione del cibo che ha delle pericolose ricadute sociali. Prima perché rischia di far fuori secoli di buone abitudini alimentari per obbedire a diktat dietetici per lo più di origine anglosassone e dunque estranei alle nostre tradizioni, vocazioni e produzioni gastronomiche. Con grave danno per il Made in Italy e in generale per le nostre eccellenze agroalimentari. Oltretutto, l’adesione integralista e inconsulta a questo o a quel credo alimentare è spesso causa di disgregazione sociale, di liti familiari e di separazioni. È il caso dell’ortoressia, la sindrome dell’appetito corretto, che consiste nell’eliminazione progressiva di tutti i cibi ritenuti killer. Questa ossessione alimentare negli Stati Uniti è ormai tra le prime cause di divorzio. E, proprio come in Hungry Hearts, il drammatico film di Saverio Costanzo che racconta la distruzione di una famiglia a causa dell’integralismo dietetico di una madre, le coppie finiscono spesso davanti al giudice per decidere come alimentare i propri figli. Insomma, abbiamo trasformato la ricerca del modello alimentare virtuoso nella nuova religione globale, mixando fioretti laici e ascetismi calorici. Etica e dietetica. Dio e bio. Ecco perché siamo tutti alla ricerca dell’alimento salvavita, del toccasana alimentare per mettere a tacere la bilancia e la coscienza, per far quadrare il cerchio fra il peccato e il carboidrato. Così a furia di cercare l’esorcibo, siamo scivolati nell’era di homo dieteticus.

 

 

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Marino Niola
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