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Moda – la Repubblica

19 Novembre 2016

Su Repubblica di oggi un mio articolo dedicato ad un accessorio must della moda: la cintura.

DEDIZIONE, protezione, identificazione. Sostegno, impegno, contegno. Quanti significati per una striscia di pelle, o di stoffa, che cinge, stringe, vince, avvince. Ma adesso non convince. Almeno così dice Scott Christian, del Wall Street Journal, secondo cui la cintura avrebbe i giorni contati. Il fashion la starebbe eliminando perché spezza la linea dall’abito. E oltretutto servirebbe solo per i pantaloni tagliati male, quelli che non stanno su da soli. Al massimo va bene per i jeans, ma non per i completi di gran taglio. Tranne quelli, sinuosi e destrutturati, alla Armani.

Più che discutibile, la tesi è risibile. Perché confonde statica ed estetica. In realtà sembra almeno prematuro liquidare un capo di abbigliamento che ci ostiniamo a chiamare accessorio, mentre è molto di più. Perché disegna il look di homo sapiens da molto prima che venisse inventata la moda. Come dire che la cinta precede il vestito e non viceversa. E se l’abito non fa il monaco, la cintura lo fa eccome. Tant’è che i francescani si distinguevano proprio dal cingolo, il cordone con i tre nodi che simboleggiano i voti di castità, obbedienza e povertà.

Una stringa in vita si portava già nella preistoria, quando non è che si andasse in giro molto vestiti, ma già allora serviva a farsi riconoscere. Segnalava il proprio genere, appartenenza, rango, valore, pudore. In una parola identità. E per i guerrieri rappresentava il grado, l’importanza e la potenza.

Al contrario, avere i fianchi non cinti, da cui il termine discinti, era tipico delle persone di bassa estrazione sociale o di dubbia morale. Nella Roma antica era il tratto distintivo di plebei, schiavi e donne di facili costumi. L’esatto opposto delle spose virtuose, la cui castità si misurava proprio dalla cintura, chiusa dal cosiddetto nodo di Ercole, un pegno di fedeltà, che il marito, e solo lui, scioglieva al momento di consumare il matrimonio. Per mettere la moglie incinta, cioè senza cinta, visto che le donne in stato interessante portavano le vesti slacciate.

Al contrario, perdere la striscia che stringe i fianchi o, peggio togliersela, poteva essere un atto di cui vergognarsi. Nel Medioevo l’espressione “tagliarsi la cintura” significava abbandonare il Cristianesimo per l’-I-slam. Insomma rinnegare le proprie origini. Mentre i soldati vili e i debitori insolventi venivano spogliati a bella posta della cinghia. Gli uni perché avevano tradito il vincolo di lealtà, gli altri perché si erano sottratti alla catena debitoria. Perciò venivano condannati a restare, come suol dirsi, in braghe di tela, senza nulla che reggesse i pantaloni. O la spada. O la borsa. O le chiavi. O le pistole, come il mitico cinturone dei cowboys.

Certo da allora le cose sono cambiate. Cinturini, fasce, nastri, elastici, stringhe, laccetti, catenelle sono più seduzione che funzione. Servono a fingere prima che a cingere, ad alludere prima che a chiudere. Che sia glam o fetish, casual o minimal, borchiata o leopardata la cinta è tanto più indispensabile quanto più superflua. Perché in realtà ci definisce nel vero senso della parola. Alza e abbassa il baricentro della persona, traccia un confine tra le due metà del nostro essere e del nostro apparire. Insomma ci fa essere quel che siamo. Dalla cintola in su e dalla cintola in giù.

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Marino Niola
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