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La missione (impossibile?) di rimotivare i Millennials a corto di obiettivi – il Venerdì di Repubblica

25 Novembre 2016

“La missione (impossibile?) di rimotivare i Millennials a corto di obiettivi”. Ne parlo oggi sul Venerdì di Repubblica nella mia rubrica Miti d’Oggi, buona lettura!

Millennials lavorano solo per sbarcare il lunario, ma la maggior parte di loro non ha un vero scopo nella vita. E per molti questo scopo non coincide con le loro mansioni. Il che li rende apatici e indifferenti. Lo dice Gallup in un rapporto intitolato How Millennials Want to Work and Live.

Dall’indagine risulta che solo un terzo dei giovani statunitensi crede che la mission dell’azienda che li ha assunti sia davvero importante. Ed è subito allarme, visto che i Millennials nati tra il 1980 e il 1996 sono il 38 per cento della forza lavoro, di oggi e di domani. E avere una working class così spompata, estenuata, demotivata è un problema sociale e, in prospettiva, anche economico.

Che fare allora per galvanizzare quella che il rapporto definisce la generazione più incompresa della storia? Le istituzioni pubbliche e le imprese stanno cercando di inventare strategie per stimolare i trentenni a corto di motivazioni. Anche perché non riescono più a vedere un collegamento fra la loro opera e gli obiettivi, spesso imperscrutabili, delle multinazionali delocalizzate e burocratizzate per cui lavorano. E per accendere gli entusiasmi sopiti niente funziona come i capi. Un po’ leader, un po’ padri, un po’ coach. I soli in grado di far recuperare il senso di appartenenza a una comunità operosa. Perché i Millennials danno il massimo solo se fanno propria la filosofia aziendale.

Insomma, se il rapporto Gallup ha ragione, una volta lavorare bene era un valore in sé. Serviva a conservare il posto, a fare il proprio dovere di capofamiglia, a conquistarsi una promozione. Oggi non è più così. È vero che il lavoro nobilita, ma se non c’è satisfaction debilita.

Marino Niola
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