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Liturgie dietetiche per un Dio parzialmente scremato – D la Repubblica

3 Dicembre 2016

«Ti comando, grasso, di abbandonare il corpo di questa donna!» Con queste parole la guru californiana delle diete Mary Ascension Saulnier esorcizza le cellule adipose delle clienti. La chiamano fat whisperer, la donna che sussurra alla ciccia. Viene il sospetto che l’imbarazzante terapia, più che la materia grassa, allontani quella grigia. Eppure la surreale Mary è l’ultimo anello di una millenaria catena lipofoba che vede nel sovrappeso una colpa da espiare. «Guai a voi, uomini pingui!», sbraitava l’irascibile profeta Amos settecento anni prima di Cristo. E un bacchettonissimo Padre della Chiesa come Tertulliano sosteneva che solo le taglie small entrano nella porta del paradiso, notoriamente slim fit. E che alla fine dei tempi, per i soggetti pelle e ossa, la resurrezione della carne sarà un attimo. Non siamo lontani da quanto affermava nel 1926 il medico Leonard Williams, autore di un best seller come Obesity, che bollava di egoismo le persone troppo grasse perché impongono agli altri lo spettacolo indecente della loro sovrabbondanza peccaminosa. In realtà esiste un comun denominatore tra le rappresentazioni dell’obesità di ieri e di oggi, tra gli anatemi biblici della pinguedine e le fatwe salutistiche del nostro tempo. Ed è l’idea che si tratti di un accumulo moralmente colpevole. Di un accaparramento calorico i cui costi finiscono per ricadere sulla collettività. La differenza è che una volta non erano i chili superflui in sé a essere condannati, ma gli appetiti malsani e immorali di cui erano il sintomo visibile. Insomma si pensava che i ciccioni sottraessero cibo agli altri per abbuffarsi. Ora invece il sovrappeso viene considerato una trasgressione al comandamento del peso format. Oltre che un costo per il sistema sanitario. Ecco perché nella società dell’efficienza, dove la vita viene medicalizzata ogni giorno di più, il grasso è diventato l’emblema del male assoluto. Certo ormai l’etica ha lasciato il passo alla dietetica, la religione alla normalizzazione e l’espiazione alla nutrizione. Eppure, nel furore immunitario di questo tempo, tornano a galla fantasmi biblici. Basta andare a guardare chi ha enunciato i primi precetti della dietologia di massa. Sylvester Graham, che nell’Ottocento mette sul mercato l’omonimo cracker ipocalorico, è un ministro del culto presbiteriano. Ed è il puritanissimo pastore Charlie W. Shedd a escogitare un programma dimagrante ispirato alla Bibbia. Nel libro Pray Your Weight Away (Prega per ridurre il peso), del 1957, mette gli obesi tra i peccatori e prescrive la preghiera come sacro anoressizzante. Sulla sua scia nascono le “diete cristiane”, che promettono dimagrimenti miracolosi come le guarigioni a Lourdes. Grazie anche a un esercito di predicatori che tuonano contro il diavolo annidato nell’adipe. Help Lord, the Devil Wants Me Fat (Signore aiutami, il diavolo mi vuole grasso) è il titolo di un altro titolo cult della nuova liturgia dietetica. Intanto il business dei regimi devoti continua a sfornare best seller dai titoli che parlano da soli. Per esempio, Slim for Him (Magri per Lui), dove Lui è l’Altissimo in persona. «Dovete respingere Satana in modo che il vostro fisico sia degno dello Spirito Santo», pulpita il reverendo George Malkmus, profeta della Hallelujah Diet e inventore di una linea nutrizionale, pompatissima, vendutissima, ispirata alle Sacre Scritture. E spiega la sua teoria nel breviario Why Christians Get Sick (Perché i cristiani si ammalano). La risposta è: perché si sono allontanati dalla dieta originale – come il peccato – prescritta dal Creatore. E perché non si sono convertiti al verbo naturale del Pastore. Così hanno smarrito la via della salvezza, e della salute. Resta il fatto che il mangiare è assimilato sempre più a un peccato o a una malattia. Insomma, sembra che il comandamento della magrezza rimetta in gioco un Padreterno dietologo, per nulla misericordioso, che pesa i corpi invece che le anime, in una sorta di prova generale del Giudizio finale. Un dio parzialmente scremato.

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Marino Niola
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