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Il presente in poche parole su La Gazzetta del Mezzogiorno

2 Gennaio 2017

Il presente in poche parole. «Quando i tempi stanno per cambiare – annota Marino Niola – cambiano anche le parole. Le grandi trasformazioni hanno sempre un’eco anticipatrice nella lingua, che prova a misurarsi con la transizione inventando vocaboli nuovi o cambiando significato a quelli di sempre». Per questo, al giro di boa del nuovo anno, sfogliamo l’ultimo saggio edito da Bompiani dell’antropologo, dal titolo Il presente in poche parole, che traccia una mappa dei sogni e incubi, passioni e ossessioni del nostro tempo. Quali sono? Quali dobbiamo sedimentare? E di quali invece armarci per traghettare il nuovo anno? In poche parole si fa motto e augurio.

Le parole e il loro senso, professore, dunque corrono e mutano più veloci dell’evoluzione dei costumi degli uomini?

«Tentiamo di dare suono e senso al nuovo che avanza. Per costruire zattere in grado di galleggiare sopra la troubled water della mutazione, la tarda modernità ripara tutti i materiali linguistici di cui la sua storia l’ha dotata. Calafata le parole nell’arsenale dell’immaginario, rimpalma i significati, rinforza i concetti, rintoppa i soggetti. Così si rammenda il tessuto delle parole sotto le parole, si riutilizzano i sedimenti del senso per ristrutturare il sentimento del tempo».

Il senso del suo nuovo libro…

«Il mio libro esplora il presente attraverso poche parole, veri e propri display verbali che oggi esprimono all’ennesima potenza la natura e il carattere della mutazione antropologica in atto. Tendenze, credenze, emergenze, urgenze, istanze, speranze che non solo stanno riformulando il vocabolario del nostro tempo. Ma stanno riscrivendo le sue tassonomie, cartografie, filosofie, ideologie, tipologie».

Ma la profezia che le immagini dovessero soppiantare le parole non è si è però avverata. Perché?

«Perché la rete fa uscire la parola e la scrittura dal fuorigioco in cui la civiltà dell’immagine sembrava averla spinta. Ma quella che ci rimbalza dai social, dall’universo digitale non è la parola-concetto cui ci ha abituati la civiltà del Cogito ergo Sum. Siamo entrati nell’era del Digito ergo Sum, della parola-oggetto, una parola-immagine, dove l’aspetto visivo è altrettanto importante di quello concettuale. Paradossalmente, una parola da vedere, una parola-format. Fatta per mostrare più che significare».

Scelga ed esplichi, tra le molte che contiene il suo libro, una parola chiave del nostro presente, che ci aiuta a comprenderlo.

«Direi la parola Food, perché il cibo, oltre ad essere una delle grandi questioni – sociali, culturali, politiche – del presente, è diventato un pensiero fisso. Passione e ossessione, sfizio e vizio, farmaco e veleno. La cibomania contemporanea è lo specchio delle nostre aspettative e delle nostre paure, dei nostri sogni e dei nostri incubi. Viviamo in una specie di bolla gastronomica, in attesa che arrivi un Master Chef a salvarci. E intanto viviamo in una cucina da incubo».

Nel conflitto tra reale e virtuale c’è già un vincitore?

«È presto per dirlo perché il processo di osmosi è appena iniziato. Per il momento stiamo assistendo a un aggiustamento reciproco tra i due perché la diffusione virale del virtuale sta cambiando il concetto stesso di reale. È uno degli effetti della transizione dalla civiltà della pagina a quella dello schermo, dalla Galassia Gutenberg alla Galassia Zuckerberg».

Una grande passione dei nostri tempi, sulla quale non abbiamo riflettuto abbastanza.

«Siamo pieni di ragioni ma per il momento non riusciamo a provare passioni che ci accendano. Questo è vero nel pubblico come nel privato, nella politica come nell’amore».

Quali sono le grandi paure che ci tolgono il sonno?

«Sono antiche paure declinate però al presente. L’invecchiamento, che oggi è diventato una colpa, come la malattia. L’insicurezza economica, che significa fine dell’illusione consumistica in cui abbiamo vissuto per un cinquantennio. E lo Straniero, che è ormai il fantasma che riassume angosce e incubi di una civiltà che si è asserragliata nella cittadella assediata della sua immunità, fisica e sociale. E l’immunità, anche sul piano linguistico, è il contrario della comunità. Ed è questa perdita del legame collettivo, questo default di comunità la vera causa di tutti i nostri timori e tremori».

Ma siamo ancora capaci di emozioni?

«Apparentemente sì, anche se oggi viviamo una sorte di inflazione delle emozioni mentre il sentimentalismo prende il posto dei sentimenti. Al tempo della connessione permanente la rivoluzione dei linguaggi sta cambiando anche l’espressione delle emozioni. Le moltiplica e le vanifica, le polverizza e le liofilizza. Il risultato è una pioggia melensa e lacrimogena di pensierini e frasi fatte. Non più emozionale della doccia omonima. Quella che ci viene proposta in ogni Spa al termine del percorso multisensoriale – fatto di colori, odori, luci e suoni – che dovrebbe rigenerarci nel corpo e nello spirito. Come tanti catecumeni della wellness»

 

 

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Marino Niola
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