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Carissimo taccuino – la Repubblica

7 gennaio 2017

Oggi su Repubblica racconto come i millennial versione nostalgia riscoprono notes e agende. Insomma la carta vende cara la pelle!

Il tablet avanza ma il taccuino non arretra. Smentendo tutti i pronostici che lo davano per spacciato e scommettevano sul declino di agende, quadernetti, notes e altri oggetti cartacei. È quanto emerge da un servizio uscito nei giorni scorsi sul Financial Times che ha analizzato preferenze, abitudini e strumenti di lavoro di un gruppo di millennials in carriera.
Sorpresa! I nativi digitali sono attaccati come cozze a blocchetti, calepini, album. Carte ricercate, riciclate, colorate, stondate. Veri e propri oggetti transizionali, cult e cool, da cui i figli della rete non si staccano nemmeno per un momento.
Insomma diari e planners vendono cara la pelle. Anzi carissima visto che il prezzo di un’ambitissima Soho, con copertina di agnello crossgrain e carta featherweight azzurra con bordo oro, può superare tranquillamente le 160 sterline. Ancora più esclusiva la Cosmic, foderata di vitello verde e con riproduzione traforata del planisfero, che arriva a 385 euro. Ma vanno alla grande anche quelle con rilegatura rigida, meglio ancora se di mogano o di pino pregiato. Come il notebook Slab Lined formato A6 di cui la famosa columnist Lisa Pollack va fierissima. “Alle riunioni molti lo scambiano per un pezzo di legno” ironizza, senza riuscire a nascondere un certo compiacimento.
Quelli che amano il cheap and chic vanno da Muji, le cui penne minimal sono un inno all’abbondanza frugale. Soprattutto la 0,5 nera prediletta da Efe Cakarel, chief executive di Mubi, un’azienda di servizi cinematografici in streaming. Ancor più mitica però è la 0,35 con inchiostro celestino pallido, amatissima dalle creative. Oppure vanno a caccia di Rhodia, i leggendari pads arancione che vantano una lunga schiera di addicted eccellenti. Fra questi Jane Rosenthal, ideatrice con Robert De Niro del Tribeca Film Festival, lo scrittore Michel Houellebecq e il regista Francis Ford Coppola che ogni volta che si trova a Parigi va a farne incetta.
Discorso a parte merita Moleskine, che della cartoleria chic è l’emblema planetario. È stato nel taschino di mostri sacri come Sartre e Hemingway. Ma a farlo entrare nella mitologia contemporanea è stato Bruce Chatwin, il più dandy degli scrittori giramondo che nel suo capolavoro Le vie dei canti, racconta della gloriosa papeterie di rue de l’Ancienne Comédie, a due passi da Saint-Germain-des-Prés, dove andava a fare letteralmente aggiotaggio di quei preziosi quadernetti con copertina nera ed elastico. Adesso il notes più storyteller di sempre parla italiano e la sua profetessa è Maria Sebregondi, ribattezzata Mamma Moleskine, che già negli anni Novanta aveva intuito in anticipo le passioni e le ossessioni della futura creative class, l’avanguardia colta ed estetizzante della nuova economia della conoscenza.
Insomma, la carta tiene nonostante la digitalizzazione della vita. E ad andare in controtendenza è proprio l’élite 2.0. Che vive la penna come prolungamento fisico della mente e il taccuino come strumento per disporre le idee, per metterle a sistema. Del resto lo dice la parola stessa che deriva dall’arabo taqwim, cioè fare ordine.

 

Marino Niola
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