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«Sberleffo al gerontocomio di Sanremo» – La Sicilia

15 Febbraio 2017

SANREMO. Parata di nonsense? Canzonetta buttata là con una certa dose di piacioneria per tentare di vincere (come è accaduto) il Festival di Sanremo? Niente affatto. «Occidentali’s karma e la sua vittoria all’Ariston sono il segno di un cambiamento in atto nella società. Sanremo è anche uno spaccato delle mutazioni antropologiche della società». Ad affermarlo è l’antropo – logo della contemporaneità Marino Niola. «Il testo di Francesco Gabbani è pieno di nonsense e di citazioni, per certi versi ricorda il Battiato di certi anni che faceva implodere il senso dei suoi testi con l’accostamento delle citazioni», spiega Niola.

Gabbani ha parlato di provocazione tirando in causa i tentativi odierni occidentali di scimmiottare abitudini orientali per trovare la pace interiore…

«L’idea è quella che sia una sorta della conclusione implosiva di quell’orientalizzazione della cultura, della società, delle forme di spiritualità che era cominciata alla fine degli anni 60’. Uno smarrimento orizzontale in cui ci vedo un riferimento a Instant karma di John Lennon».

Altro riferimento fatto da Gabbani è a “La scimmia nuda” di Desmond Morris. Non per caso si è presentato all’Ariston insieme a un ballerino in abiti da scimmia.

«E ci credo, di fatto, come dice il saggio citato, quella scimmia nuda siamo noi».

Quindi, secondo lei, c’è altro oltre alla piacioneria e alla voglia di stupire?

«Partiamo dal fatto che sono solo canzonette, ma le canzonette sono un buon conduttore delle sensibilità collettive. È sempre stato così, le canzonette hanno sempre un significato, a volte inconsapevole anche a chi le canta. L’importante è l’effetto che hanno su chi le ascolta. In questo caso si mette il dito sui tuttologi da web e su una serie di labirinti culturali a somma zero in cui ci troviamo in cui è difficile distinguere fra una cosa importante e una cazzata».

Quale altra evocazione, pur inconsapevole, può arrivare da “Occidentali’s karma”?

«Innanzitutto la risata che, coi tempi che corrono, non è poco. Poi una serie di luoghi comuni culturali, di statement buonisti, il politicamente corretto, di cui fa un frullato. La vittoria indica che in molti non ne possono più di questa specie di gerontocomio che è Sanremo».

È anche la morte della canzone melodica, nell’accezione classica del termine?

«È la morte della canzone che non si sa rinnovare e che è sempre uguale a se stessa. Ancora una volta le canzonette sono rivelatrici: lo stesso atteggiamento mostrato in questo Sanremo nei confronti delle canzoni è lo stesso mostrato nei confronti della politica nella quale ci troviamo le stesse facce da decenni».

È una naturale evoluzione, come quella di cui canta Gabbani?

«Visto che l’evoluzione naturale non funziona non ci resta che lo sberleffo».

Sanremo come primo segno di cambiamento?

«Il Festival lo è sempre stato. Basti pensare a quello che successe tra gli anni 50 e 60 quando l’Italia passò dalla radio alla televisione e Sanremo diventò testimone dello spostamento del focolare domestico dalla cucina al salotto con la tv. Alla fine dei Sessanta sembrava che tutto dovesse cambiare, arrivarono nuovi personaggi e la cosa paradossale è che molti di questi che portarono la rivoluzione a Sanremo sono ancora presenti, ma non come attori del cambiamento ma come cariatidi, leggasi Al Bano».

 

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Marino Niola
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