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Il pasticciaccio dei pomodori cinesi lavorati in Africa – il Venerdì di Repubblica

17 Febbraio 2017

Se la finanza compra formaggi come se fossero banche, albume d’uovo come se fosse oro e maiali come se fossero appartamenti, allora vuol dire che il cibo non è più solo nutrimento. Ma investimento. Commodity. Merce. Prodotto senza origine e senza identità, comprato e venduto come un titolo azionario da multinazionali in grado di mettere in ginocchio interi comparti produttivi e di trasformare una nazione in un’immensa monocoltura per alimentare un mercato sempre più volubile e capriccioso.

A raccontare questo scenario che ha qualcosa di apocalittico è il giornalista e scrittore Stefano Liberti nel bel libro I signori del cibo, pubblicato di recente da Minimum Fax. Come dice il sottotitolo si tratta di un viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta. Maiale, soia, tonno e pomodoro. Sono le quattro filiere simbolo di questa finanziarizzazione dell’alimentazione, strettamente legata a fenomeni come il land grabbing, cui nel 2011 Liberti ha dedicato un libro importante: la desertificazione, l’impoverimento dei contadini, l’esaurimento delle risorse idriche. Tutto ad opera di quelle che l’autore definisce aziende locusta, che fanno viaggiare da un continente all’altro cibi e persone per massimizzare i profitti a scapito di qualità ed equità.

Il risultato è che oggi mangiamo pomodori cinesi trasformati in Africa con etichette apparentemente italiane, tonni pescati in Senegal e lavorati in Spagna, maiali allevati in America e venduti dai cinesi. Un pasticciaccio brutto sul quale questo libro aiuta a fare luce. Per non essere compratori passivi ma consumatori critici.

 

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Marino Niola
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