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Scusarsi è bene, scagionarsi è meglio – la Repubblica

18 Febbraio 2017

Scusarsi è bene, scagionarsi è meglio. Ma è difficilissimo. Perché parole come scusi, mi dispiace, sorry, désolé, fanno parte di un repertorio che usiamo a cuor leggero, come automatismi verbali cui si risponde con altri automatismi.
Prego, s’immagini, non c’è di che. Invece le scuse vere non sono frasi di circostanza ma devono essere ben calibrate, studiate, pensate, ponderate. A dirlo è Jane E. Brody in un articolo apparso di recente sul New York Times e intitolato “The Right Way to Say ‘I’m Sorry” (Il modo giusto per dire mi dispiace). Il succo è che bisogna saper andare a Canossa, in maniera convincente. Persino quando lo si fa in modo insincero e strumentale. In fondo, come diceva il disincantato scrittore inglese Alexander Pope, ogni scusa non è che una bugia guardinga.

Mai come in questi casi, insomma, le parole pesano come macigni, per cui devono essere pesate altrimenti l’effetto boomerang è assicurato. Non a caso chiedere scusa è un’arte che tutti i popoli coltivano, anche se ciascuno lo fa a modo suo. Per esempio i giapponesi, che hanno il culto dell’etichetta e dei cerimoniali sociali, hanno elaborato un vero e proprio codice. Che si chiama saikerei e usa il corpo come goniometro della contrizione. Per uno sgarbo veniale si fa un accenno di inchino, con un angolo di dieci gradi. Per uno sgarro più serio la schiena si piega a quarantacinque gradi, braccia attaccate al corpo e occhi bassi. Chi ha da farsi perdonare una colpa gravissima, invece, deve inginocchiarsi ai piedi della persona offesa. E quando non ce la fanno ad ammettere di averla fatta grossa, i figli del Sol Levante ricorrono all’aiuto prezioso delle agenzie di pubbliche scuse. Con tanto di professionisti del sorry che lo fanno a pagamento. Si tratta di veri e propri attori in grado di versare copiose lacrime per conto terzi. Anche in Cina scusarsi è una cosa seria, solenne e collettiva. Un’ammissione di responsabilità coram populo che non può risolversi in un esonerante mi dispiace. È quel che sostiene Qiu Ju, la protagonista dell’omonimo film di Zhang Yimou, interpretata dalla bravissima Gong Li, che lotta tenacemente per ottenere le scuse dal capovillaggio che ha sferrato un calcio a suo marito. E che cerca di cavarsela con uno sbrigativo “spiacente”.

Insomma saper chiedere perdono fa bene all’equilibrio sociale e individuale. Purché ci si cosparga il capo di cenere e non ci si faccia nessuno sconto. Bisogna ammettere a chiare lettere le proprie malefatte. Senza se e senza ma. Ed è la strada che ha scelto Nelson Mandela per guarire il Sud Africa dalle ferite dell’apartheid. Nei cosiddetti tribunali della riconciliazione tutto poteva esser perdonato purché confessato davanti alle vittime. Una grande catarsi nazionale. Non diversa da quella chiesta da Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, uno degli agenti uccisi insieme al giudice Falcone nella strage di Capaci. “Io vi perdono però vi dovete mettere in ginocchio se avete il coraggio di cambiare” disse durante il funerale colpendo al cuore la logica mafiosa. Ma se nella maggior parte dei casi, saper chiedere scusa ed esser capaci di perdonare aiutano a vivere meglio, ci sono delle eccezioni. Come dice la psicologa Harriet Lerner nel suo libro Why won’t You apologize? (Perché non chiedi scusa?), il perdono non è sempre liberatorio. Ci sono scuse irricevibili per torti imperdonabili. E qualche volta la reazione migliore è porgere l’altra guancia. Purché non sia la propria.

 

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Marino Niola
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