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Addio Pulcinella, a Carnevale è meglio Belén – la Repubblica

28 Febbraio 2017

Essere o non essere? La questione è troppo difficile per i filosofi e troppo facile per i bambini. Che, con consumata innocenza, sanno mettersi nei panni degli altri. E con un semplice switch passano da sé a un altro sé. Per questo il Carnevale è per loro una passerella ideale, una ludoteca a cielo aperto, dove poter fare quegli esperimenti sull’identità che per gli adulti richiedono una professione o un’ossessione. Da teatro o da psicanalisi. Invece i piccoli nel travestimento sono di casa. Soprattutto se nascono a Napoli, dove la teatralità è nel genoma culturale e viene sempre incoraggiata, ammirata, coltivata, apprezzata, vezzeggiata, come segno di una disincantata cognizione della complessità della vita. E della difficoltà di tracciare un confine netto tra il vero e falso, tra nero e bianco, tra l’uno e l’altro. E l’essenza del carnevale è proprio questa. Essere l’uno e l’altro insieme. Così, quando Alessia Bernardini nel 2012 è arrivata per la prima volta all’ombra del Vesuvio, si è imbattuta in una quintessenza della mascherata carnevalesca in stile social. Se la festa, infatti, è una miniatura della realtà, il carnevale dei bambini è una miniatura della miniatura. È una corrente di energia ludica che travolge ogni schema, ogni regia. E si mette in presa diretta con la realtà facendola implodere. Come facevano gli antichi carnevali dove il vitalismo irridente del popolo fuoriusciva inarrestabile come un geyser. Incarnato nella risata sovversiva e oscura di Pulcinella, campione di una napoletanità arcaica e tradizionale. Che ha colonizzato a lungo il nostro immaginario e che adesso lascia il posto a un nuovo catalogo glocal. Che fa di Partenope lo specchio di quel che stiamo diventando.
Quella che impressiona l’obiettivo della fotografa milanese è proprio questa forza travolgente, apparentemente mimetica, in realtà quasi eversiva. Che fa cadere gli idoli dello star system dai loro piedistalli sberluccicanti, incrina quella superficie scintillante e al tempo stesso imbalsamata dal look. Il travestimento infantile denuncia, anche senza volerlo, quella specie di botox mediatico che trasforma le persone in maschere. Come la Jennifer Lopez, piumata come un dark angel, dove la nuda verità del vicolo fa cortocircuito con quelle piccole ali della libertà. E la ragazzina nel ruolo di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, con tanto di sigaretta e bocchino alla faccia del politicamente corretto, in realtà mette un carico da novanta sotto l’icona patinata della diva mai cresciuta. E di quello che ha rappresentato per generazioni di donne, il cui sogno era andare davvero a colazione da Tiffany.
Ancora più tranchant la miniaturizzazione di Belén Rodriguez al matrimonio di Elisabetta Canalis. Abito bluette, decisamente elettrico ma provvidenzialmente sdrammatizzato dall’aria da focaccina della bimba che ci guarda, quasi a dire “Che s’ha da fa’ pe mammà”. Perché le ambizioni e le proiezioni divistiche dei genitori, vengono azzerate dalla satira involontaria ma incontrollabile dei bambini che apparentemente si atteggiano a divi ma nel riprodurne tratti, espressioni, posture, movenze, smorfie, birignao, tic ne fanno implodere l’immagine, la mandano in frantumi. È una critica sociale sorridente, innocente ma tagliente. Ecco perché quando riesce a catturare, con la naturalezza di un pittogramma irriverente, il regale imbolsimento della regina Elisabetta. E se le bambine col travestimento sono degli assi, i maschietti non stanno certo a guardare. E rispondono con Lucio Dalla, Gabriel Garko e con un clone di Macklemore, dove la mano del rapper che fa le tre corna, diventa una sola cosa con il gesto fatidico di Totò.
Decisamente impietose le due creature che hanno scelto l’overlook dei Cugini di Campagna. Colpiti e affondati senza bisogno del falsetto. Ma il climax del carnevaletto dei bambini è Loredana Bertè in mezzo a due bodyguard. Un argento vivo che esplode riassumendo in pochi centimetri di tulle, acrilico e cazzimma, tutta la post-verità dell’immagine.

L’articolo integrale (con le foto di Alessia Bernardini) è disponibile su Repubblica.it

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Marino Niola
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