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Tutti d’accordo: “uno di noi” è chi parla come noi – il Venerdì di Repubblica

24 marzo 2017

Siamo quello che parliamo. Molto più di quello che mangiamo. A dirlo è una ricerca del Pew Research Center, un think tank di Washington specializzato in analisi delle tendenze sociali. Che ha condotto un’indagine dal titolo What it takes to truly be “one of us”. Cioè, che cosa serve per essere davvero uno di noi? 

A sorpresa è emerso in maniera inequivocabile che la vera chiave di volta dell’identità è la lingua. Più dei costumi, della cultura, dell’alimentazione e persino della religione. Sono gli Olandesi i più convinti che per integrarsi sia necessario impadronirsi dell’idioma di Van Gogh: lo pensa l’84 per cento. Seguono la neonazionalista Ungheria e la brexista Gran Bretagna con l’81 per cento. Seguite da Germania e Francia, rispettivamente con il 79 e il 77 per cento. In mezzo alla classifica ci sono Giappone e Usa con il 70. I più flessibili invece sono Canada e Italia. Il primo perché
di lingue nazionali ne ha due ed è da sempre di casa in un’identità plurale. Mentre il Belpaese dà molta importanza anche agli usi e ai costumi. Agli abiti e alle abitudini. Non a caso lo stile e la buona tavola sono i tratti caratteristici dell’italianità.

A ulteriore conferma di questi dati è emerso che il campione analizzato considera poco importante il luogo di nascita. In barba allo ius soli. Evidentemente siamo più ben disposti ad accogliere gli stranieri che parlano la nostra lingua. Il fatto è che le parole in comune finiscono per creare sensibilità, valori e abitudini in comune. Aprono il canale della comunicazione e consentono forme di avvicinamento reciproco. In questo senso, i risultati dello studio possono diventare uno strumento prezioso al servizio delle politiche di integrazione. Perché la lingua non serve solo a dire la realtà ma a costruirla.

Marino Niola
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