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Quando in Francia i bistrot fecero una rivoluzione – il Venerdì di Repubblica

1 aprile 2017

La Francia celebra i suoi grandi miti. Il vino e le rivoluzioni. E lo fa con una nuova istituzione, la Cité du vin di Bordeaux e con una bellissima mostra intitolata Bistrot!. Come dire il luogo simbolo del fermento alcolico e del tumulto delle idee. Diceva Balzac che il comptoir, il bancone di zinco che ha reso celebri i locali d’oltralpe, è il parlamento del popolo. E forse non è un caso che la parola bistrot venga da un altro popolo che la sa lunga sulle rivoluzioni, come quello russo.
Bistro, infatti, nella lingua di Tolstoj significa presto. Era il modo di ordinare da bere dei cosacchi che nel 1814  presero Parigi e per non farsi scoprire dagli ufficiali, che avevano proibito il consumo di vino, si facevano servire in fretta e furia dicendo «bistro, bistro!».

Vino, caffè e non solo. Perché è in questi luoghi di convivialità episodica e di promiscuità frettolosa che nasce la modernità. Caffè, bar, bistrot, diventano la scena interclassista dove la nuova umanità fa le prove generali e affina le sue passioni e ossessioni, sfizi e vizi, utopie e fantasie. E dove il consumo è veloce, proprio come i discorsi che ci si scambia stando in piedi al banco. Una nuova convivialità che detta forma e tempi delle relazioni personali, rendendole sempre più rapide e flessibili.
Ed è proprio l’introduzione del bancone – in inglese bar – figlio di una civiltà che ha bisogno di risparmiare tempo e denaro, a rendere possibile un turn over continuo degli avventori. Accelera il bere esattamente come la ferrovia il viaggiare e il telaio meccanico la tessitura.
Tutto all’insegna della mobilità, economica e sociale. Insomma la civiltà del last minute è nata tra una chiacchiera e un bicchiere.

Marino Niola
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