Marino Niola

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Le donne che lavorano non cedono al junk food – D la Repubblica

10 aprile 2017

Gli italiani sono sani come pesci. Ma a loro insaputa. Il recentissimo Global Health Index stilato da Bloomberg proietta il Belpaese in testa alla classifica della buona salute. E tutto per merito della dieta mediterranea. Che rende sani e longevi anche senza essere ricchi. Infatti, nella hit parade della grande agenzia di comunicazione americana, lo Stivale smalta paesi come Stati Uniti, Germania, Australia e Olanda che hanno Pil molto superiori al nostro, ma anche potenze gastronomiche come Francia, Giappone e Cina. Insomma, se scoppiamo di salute, nonostante la crisi, la disoccupazione, lo stallo economico e il debito pubblico, il merito è soprattutto del nostro modo di vivere. Fatto di buon cibo, ritmi umani, convivialità, passione per la buona tavola, capacità di sdrammatizzare, che fanno bene al fisico e al morale. Perché mantengono in equilibrio essere e benessere. Insomma quella vocazione alla dolce vita che tutti ci riconoscono.
Non a caso la dieta mediterranea è stata scoperta proprio in Italia, da Ancel e Margaret Keys, gli scienziati americani che negli anni Cinquanta studiarono l’alimentazione degli operai napoletani dell’acciaieria Italsider e scoprirono il paradosso del secolo. Gli squattrinati lavoratori partenopei, che a stento riuscivano ad arrivare a fine mese, erano di gran lunga più sani dei facoltosi manager americani che i Keys monitoravano contemporaneamente. Come dire che legumi, extravergine, cereali, frutta, verdura e vino erano molto meglio di carne, burro, formaggi, uova e bacon. Inoltre Ancel e Margaret consideravano l’abitudine italiana di comprare tutti i giorni il pane fresco un modello da imitare, e condannavano senza appello la moda anglosassone di quello a lunga conservazione. Allora sembrò un estremismo dietetico che, dopo gli stenti della guerra, nessuno era disposto ad accettare. Ma i due non fecero una piega e per definire il nostro stile di vita si inventarono l’espressione “dieta mediterranea”. Quella che adesso i ricercatori di Bloomberg considerano la ragione principale della nostra pole position. E che le grandi agenzie internazionali hanno trasformato in un mantra nutrizionale. Dall’Unesco, che nel 2010 ha proclamato la dieta mediterranea patrimonio dell’umanità, alla Fao, che l’ha definita il regime alimentare del futuro, in grado di nutrire il pianeta senza esaurirne le risorse.
Ma i risultati dell’health index hanno anche un altro merito. Quello di sfatare un luogo comune diffuso e resistente, secondo il quale le Italiane che lavorano avrebbero condannato le famiglie al junk food e alla western diet, cioè quella dei manager americani, messa sotto accusa dai Keys. Ed è quel che sta emergendo anche da uno studio del MedEatResearch, il Centro di ricerca sociale sulla dieta mediterranea dell’Università Suor Orsola Benincasa, che dirigo con l’antropologa Elisabetta Moro. Dai primi dati affiora che non c’è nessun rapporto di causa-effetto tra l’occupazione delle madri e le abitudini alimentari dei figli. Tant’è vero che i ragazzi che mangiano meglio, seguendo la piramide della dieta mediterranea, hanno, nella stragrande maggioranza dei casi, mamme che lavorano a tempo pieno. Probabilmente se intervistassimo quelle donne, scopriremmo che comprano verdure già lavate, hanno il freezer pieno di contorni pronti, lottano con i pargoli per convincerli a far colazione la mattina, a mangiare legumi e petto di pollo al posto di hamburger e salsicce, a bandire dalla tavola le bibite gassate. Una guerra quotidiana che costa una fatica immane, spesso non riconosciuta. Ma alla fine produce risultati strepitosi come quelli certificati da Bloomberg. Che, va detto, aumentano anche il soft power del paese. Quella buona reputazione di cui l’Italia ha bisogno come l’aria.

Marino Niola
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