Marino Niola

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Così il rock and roll ha tirato in ballo i valori del Novecento – il Venerdì di Repubblica

15 aprile 2017

Liturgia rock per un’icona cult. Domenica scorsa al Pageant Club di St. Louis in Missouri è stato commemorato Charles Edward Anderson Berry, per la cronaca Chuck Berry, la prima leggenda del rock. E anche l’ultima, se si eccettuano i Rolling Stones. «Se si volesse dare un altro nome al rock and roll, lo si dovrebbe chiamare Chuck Berry» diceva John Lennon. E infatti con lo straordinario chitarrista nero, morto il 19 marzo all’età di novant’anni, non scompare semplicemente un grande musicista, un performer geniale, un talento sovversivo. Se ne va il simbolo di una rivoluzione culturale, generazionale e sociale. Perché il rock and roll è stato il mito energetico della seconda metà del Novecento. Il ritmo che ha fatto tremare le fondamenta e i fondamenti della società occidentale. Liberando le energie dei teenager fino ad allora compresse in una gabbia autoritaria, dove i ragazzi dipendevano in tutto e per tutto dalle scelte e dalla volontà dei genitori. Di cui replicavano pedissequamente la vita. Diploma, lavoro, matrimonio, figli.
Uno stesso modello per i bianchi e per i neri. Convergenze parallele tra due universi rigorosamente separati. Finché nel 1956 il rock si prende la scena sociale e diventa la colonna sonora di uno scossone epocale, che abbatte in un sol colpo tutte le barriere, di classe, di razza, di genere e di età. Una hit come Roll over Beethoven, più che rottamare l’autore della Nona sinfonia, decreta di fatto la rottamazione di un intero armamentario di valori, sentimenti e comportamenti. Celebrati da voci bianche e melense come quelle di Pat Boone, di Bing Crosby e di Perry Como. Mentre con il grido rauco di Berry e con i suoi riff travolgenti, l’America si scopriva nera a metà.

Marino Niola
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