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Il mio amico Fabietti, rigorosamente per cognome – la Repubblica

8 maggio 2017

«Il Prof. che spacca, l’uomo comprensivo, il mentore per antonomasia. Ugo ti amo». È un messaggio postato su Facebook da un allievo di Ugo Fabietti che il verbo “amo” lo scrive con cinquanta “o”. Un’eco grafica di quella venerazione cui hanno diritto solo i maestri. Purtroppo ieri, a soli 66 anni, l’antropologo milanese se n’è andato lasciando una lunga scia di rimpianto, interminabile come quella “o” che non si rassegna.
Perché Fabietti, come lo chiamavamo tutti, anche gli amici più cari, rigorosamente per cognome, l’antropologia l’ha davvero insegnata a generazioni di studenti, con il suo manuale che è stato un autentico longseller. E con il Dizionario di antropologia, curato con Francesco Remotti del quale è stato allievo e collaboratore alla Statale di Milano, insieme a chi scrive. Era la fine degli anni Settanta. Andrea Bonomi e Ludovico Geymonat si spartivano la scena filosofica, mentre le ombre di Remo Cantoni e di Enzo Paci abitavano ancora le stanze austere di via Festa del Perdono. Su quel filo teso tra astrazione teoretica e fenomenologia del quotidiano, noi antropologi, con in tasca una laurea in filosofia, ci sentivamo un po’ eretici, un po’ illuminati. E Ugo spiazzava tutti con i suoi lampi di astuzia fanciullesca, capace di fare lo sgambetto ai teoremi più astrusi. E infatti il senso della realtà non lo perse mai. Anzi, ne fece il nucleo incandescente della sua ricerca sul campo e del suo insegnamento, svolto nelle università di Torino, Pavia, Firenze e Milano-Bicocca. Aveva la capacità di fiutare in anticipo le questioni destinate in seguito a scoppiarci tra le mani. Prima fra tutte, quella mediorientale. Tra il 1978 e il 1986 aveva deciso di lavorare in Arabia Saudita, poi in Iran e infine in Pakistan, convinto che i riflettori della storia si sarebbero accesi violentemente su quei terreni, trasformandoli in altrettanti teatri di guerra. Era convinto che la miscela tra identità etnica e identità religiosa in quella parte di mondo fosse destinata a produrre effetti esplosivi, che avrebbero risospinto anche l’Occidente verso una deriva identitaria, neotradizionalista. Previsione che si è puntualmente avverata. La sua idea di un Medio Oriente in bilico tra passato e presente, laicismo e fondamentalismo, dittatura e democrazia, chiamava in causa le responsabilità e i vizi del nostro mondo. E proprio agli usi politici della religione aveva dedicato uno dei suoi libri più recenti, Materia sacra.
Dove metteva a nudo i processi di produzione della violenza che possono essere innescati dalle religioni. E soprattutto dall’uso distorto dei loro simboli, che aveva descritto in un saggio dal titolo esplicito, Terrorismo, martirio, sacrificio.
Ma la sua lucidissima, infallibile, capacità di previsione non lo trasformò in un profeta, né in un guru sciamaneggiante. In questo tempo di tromboni apocalittici, il suo disincanto sapiente diventa un’eredità preziosa. E una lezione di stile.

Marino Niola
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