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Diritti umani e calcio, un rapporto finito nel pallone – il Venerdì di Repubblica

12 maggio 2017

Abbandona il campo perché oggetto di cori razzisti. L’Onu lo elogia ma l’arbitro lo espelle e il giudice sportivo lo squalifica.
È successo due domeniche fa al Sant’Elia di Cagliari, dove Sulley Muntari, calciatore ghanese del Pescara, all’ennesimo buuu riservato ai giocatori di colore, ha perso la calma. E dopo un vivace scambio di idee con il direttore di gara, dal quale non si è sentito sufficientemente tutelato, è rientrato negli spogliatoi. Risultato, doppia ammonizione, una per proteste, l’altra per aver lasciato il terreno di gioco senza autorizzazione. L’alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite ha definito l’atleta «un esempio per tutti coloro che si battono per i diritti umani».
Ma evidentemente per l’establishment del pallone il rispetto del regolamento viene prima dei diritti umani. E così la giustizia calcistica ha condannato Muntari per la sua reazione, profondamente umana e profondamente comprensibile, almeno tra persone civili. E invece ha assolto il Cagliari perché a vomitare insulti da Ku Klux Klan erano solo in pochi. E così a pagare è solo la parte lesa. Vittima due volte.
La prima dell’inciviltà di una parte degli spettatori. La seconda di una sentenza altrettanto incivile che, dietro l’applicazione pedissequa del codice pallonaro, si rivela inflessibile con gli innocenti e indulgente con i colpevoli. E dunque indirettamente complice del fenomeno.
Morale della storia. Se questo è il governo del calcio, allora vuol dire che regolamenti, dirigenti e parte del pubblico si meritano a vicenda. Non così però i Muntari della situazione, che meriterebbero un campionato migliore.

Marino Niola
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