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Spiati e non solo: in rete si diffonde la tratta dei profili – il Venerdì di Repubblica

27 Maggio 2017

Tre milioni di multa a WhatsApp per avere forzato gli utenti a condividere i propri dati su Facebook. Ad adottare il provvedimento è stata nei giorni scorsi l’Agcm, l’autorità italiana garante per la concorrenza e il mercato, che l’ha considerata una pratica commerciale scorretta.
Anche perché il consenso è stato praticamente estorto, con la minaccia di esclusione dall’uso dell’applicazione. A far gola al social di Mark Zuckerberg è di fatto lo sconfinato bacino di informazioni su di noi e sui nostri caratteri, gusti, interessi, inclinazioni, passioni, interazioni, sfizi, da utilizzare per scopi pubblicitari e commerciali.
Essere spiati dalla rete non è certo una novità, ma la pratica sta assumendo dimensioni preoccupanti che mettono in discussione le nostre libertà e i nostri diritti. Perché ormai il traffico dei dati ha assunto le dimensioni di una vera e propria tratta dei profili.
Questa volta a essere venduti non sono individui in carne e ossa, come al tempo della tratta degli schiavi, ma individui virtuali. Nella società di internet, all’antica concezione della persona fisica come sintesi di corpo e mente, si è sostituita, a tutti gli effetti, quella di persona digitale. Che è una sintesi di corpo e anima, una sorta di doppio immateriale, ma anche un report completo della nostra vita, per di più senza veli. In questo modo a essere vendute non sono le nostre braccia, ma il nostro potere d’acquisto e le nostre preferenze, intenzioni, propensioni. Insomma il nostro io profilato. Così veniamo ceduti, scambiati, esportati. Con il nostro consenso disinformato.

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Marino Niola
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