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La metafora del grattacielo – la Repubblica

28 Maggio 2017

«Lloyd Wright ne sognava uno alto un miglio. A Jedda sarà “solo” di mille metri. La corsa a costruire i giganti urbani, simbolo dello squilibrio»

Una città non è mai una mera  realtà fisica. È sempre una forma simbolica che incarna la visione del mondo di chi l’ha costruita nel tempo e di chi continua incessantemente a ricostruirla. Molte città antiche nascevano a immagine di un ordine celeste che veniva tradotto in disegno politico-religioso. Le metropoli contemporanee, invece, sono l’immagine spaziale della speculazione finanziaria, il business che prende forma urbana. Come dire che gli edifici sparati verso il cielo dalle archistar traducono in edilizia il sogno della crescita infinita.

Già la prima archistar moderna, Frank Lloyd Wright, proponeva nel lontano 1957, un grattacielo alto un miglio, la bellezza di 1600 metri. Il solo disegno era lungo sette metri! Ma c’è voluto più di mezzo secolo perché quest’idea diventasse realtà a opera dei finanziatori sauditi, che hanno deciso di investire a Jedda, punto di sbarco per i pellegrini della Mecca. Gli ingegneri, però, hanno ridimensionato quel sogno, limitando l’altezza della torre che buca il cielo a un solo chilometro. Duecento piani, cinquanta già costruiti. Ma la storia ci insegna che spesso queste ambizioni prometeiche hanno le gambe corte. Come è accaduto nel caso del Burj Khalifa a Dubai, che attualmente guida la hit dell’altezza abitabile. I lavori sono iniziati in un clima di ottimismo ma si sono conclusi in piena crisi finanziaria. E ancora prima il celebre caso dell’Empire State Building e del Chrysler di New York, incappati nel terribile crash del 1929. Viene da chiedersi se la torre di Jedda non finisca come quella di Babele, presagio di un altro disastro.

L’ingombrante struttura di questo colosso ostacola qualsiasi rapporto fisico con l’ambiente circostante. Le stesse presentazioni lo mostrano isolato e circondato, a distanza, da edifici infinitamente più bassi. Il mondo intero è tutto un pullulare di grattacieli ipertrofici: come la Torre Shanghai e il vicinissimo World Financial Centre, o le due torri Petronas a Kuala Lumpur e tante altre. Il risultato di questi enormi investimenti edilizi è una pletora di immensi palazzi di vetro e acciaio che fanno da vetrina lussuosa ed esclusiva ai marchi globali. Un’aura urbana scintillante e noiosamente uguale dappertutto. E nel contempo le politiche di molti Paesi, in particolare quelle cinesi, promuovono un’espansione urbana ipertrofica svuotando le campagne mentre delocalizzano l’agricoltura accaparrandosi immense distese di terra in altri continenti, soprattutto in Africa. Di fatto stiamo assistendo a una nuova forma di colonialismo.

In questo modo le città diventano emblemi di una mondializzazione economica e culturale che ha le sue nuove acropoli nei centri sempre più scintillanti e ostaggio delle multinazionali. Gli scarti vengono nascosti in anomici retrobottega della tarda modernità: che sono le periferie degradate e anche i Paesi-margine, discariche dove si concentra la tossicità planetaria, ecologica e sociologica.

In questo orizzonte oscuro si intravedono però barlumi di speranza. Qualche esempio: in Russia il collasso dell’agricoltura collettiva ha stimolato la crescita di imprese locali, persino familiari, dando vita anche a nuovi sistemi di distribuzione. Nei Paesi dell’Africa orientale, soprattutto in Kenya, cresce un’economia agricola di piccola scala, legata a un efficiente sistema di rifornimento delle città. Mentre in Ghana e in alcuni stati dell’America Latina si stanno affermando movimenti di self- help e di self- build. Sono modelli di sharing life che si diffondono anche in Italia. E vengono insegnati persino in certe scuole di architettura.

Flebili germogli di culture locali, eccezioni in uno scenario caratterizzato da una crescente carenza di risorse alimentari, conseguenza diretta dell’aggiotaggio di terre coltivabili da parte delle superpotenze. Forse l’unico antidoto per scongiurare questa minaccia apocalittica sarebbe di ritrovare, dov’è ancora possibile, un equilibro tra le città e i loro territori, prima che la proliferazione urbana diventi un flagello, una no man’s land dell’umano, una città di Caino. Che, non va mai dimenticato, è stato il primo fondatore di città.

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Marino Niola
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