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La strada è oramai una caffetteria a cielo aperto – D la Repubblica

22 Giugno 2017

L’Io Mangiante Occupa la scena urbana. Ristoranti, pizzerie, chioschi, bar e baracchini invadono strade, piazze, giardini. Ma anche le panchine, le scale, i luoghi di passaggio e di passeggio. Facendone altrettanti spazi di condivisione per un popolo di sticky fingers. Che stringe sempre fra le dita qualcosa da mettere sotto i denti. Pizzette, Kebab, piadine, falafel, panini, tramezzini, frullati, insalate. Ma anche sushi e sashimi. E perfino gli spaghetti nel tetrapak.
Ormai i pasti si sono destrutturati. Sono cambiati tempi e luoghi, insieme a quello che mangiamo. E al come, dove e con chi. Distesi sui sofà, appollaiati sugli sgabelli, a cavalcioni sui cavalletti, seduti sui marciapiedi, i cittadini globali mettono in piazza le loro performance alimentari. Si espongono, senza pudori né timori, allo sguardo dei passanti, creando una sorta di pubblica intimità. Una forma inedita di socialità diffusa. Fatta di sguardi rubati, complicità intermittenti, incontri fuggevoli. Tutti portati dalla corrente impetuosa della vita che scorre nelle vene delle città abbattendo le barriere tra pubblico e privato. Stiamo di fatto assistendo al tramonto della privacy alimentare tanto cara all’homo edens di un tempo. E introducendo cadenze e liturgie collettive che incarnano lo spirito del presente. Modulare, flessibile, occasionale, interinale. Ma anche libero di inventare tradizioni fusion, rimettendo insieme frammenti di passato per creare segmenti di futuro. Così affiorano usi e costumi che hanno qualcosa di nuovo, anzi d’antico. Un po’ picnic sull’asfalto, un po’ baccanale metropolitano. Ma anche la vecchia schiscetta, in versione salutista, consumata sul sagrato delle chiese, mettendo insieme bio e Dio. In ogni caso, la pausa pranzo en plein air, figlia primogenita del low cost e del last minute, funziona come un acceleratore di particelle relazionali in grado di liberare energie collettive. E di creare comunità a tempo determinato, inventare liturgie sociali che rimescolano tempi e sapori, persone e abitudini, mode e modi, visto che sempre di più, insieme al cibo, si vende socialità. E quando si mangia tra la folla si è in compagnia anche senza conoscersi, perché è il luogo a fare le relazioni, aumentando l’intimità, modificando le soglie prossemiche, accorciando le distanze di cortesia. Nuovi miti e nuovi riti del bere e del mangiare in compagnia che cambiano anche gli spazi sociali. Locali come gli street bar sono in questo senso un nuovo habitat a misura di Millennial. Soglie porose, senza più confine tra interno ed esterno. E così il cibo esce all’aperto e diventa paesaggio urbano. Del resto le grandi mutazioni antropologiche passano da sempre attraverso la creazione di nuove forme spaziali, dai fori e dalle agorà del mondo antico alle piazze dei mercati, fino ai passage e alle terrasse dei caffè che, nella Parigi del XIX secolo, diventano i templi di una società e un’economia che hanno fretta ma non rinunciano a creare delle forme di convivialità a loro immagine e somiglianza. E a ottimizzare tempi e relazioni, mangiare e comunicare. In questo senso gli street bar, i negozi di finger food, le bruschetterie frullaterie yogurterie, con i loro cibi offerti e consumati a ogni angolo di strada, sono i passage del nostro tempo. Acceleratori di storia. Nuovi spazi pubblici che nascono in contropiede rispetto all’implosione domestica, al ripiegamento nel privato, che caratterizzano la società liquida. Se la strada diventa caffetteria a cielo aperto, nasce di fatto una nuova idea dello stare insieme. Virtuale, senza essere immateriale. Un’area open source, che favorisce l’interconnessione tra umanità a banda larga. Una rete in carne e ossa gettata nella polis. È la mutazione antropologica della civiltà 2.o che si riflette in una nuova topografia dello spazio sociale. In questo modo internet esce dallo schermo e diventa forma di vita.

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Marino Niola
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