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Quando l’assessore chiede a Sant’Antonio il miracolo dell’acqua – la Repubblica

26 Giugno 2017

Finalmente i temporali sono arrivati. E al Nord si è abbassata di colpo la febbre africana che ha fatto bruciare la terra e si è bevuta le acque dei fiumi. Fino a due giorni fa il Po, sorvolato dal drone di RepTv, sembrava un rigagnolo di fango bollente. Una disidratazione apocalittica che ha fatto balzare la siccità in testa alla classifica delle nostre paure, risvegliando i fantasmi del global warming, i demoni meridiani, che rendono il calor bianco più spaventoso della notte nera.
Sulle sponde padane sono tornati d’attualità i pellegrinaggi “ad petendam pluviam”, con tanto di croci fatte con rametti di ontano rivolte al cielo, perché la pioggia torni a bagnare i campi riarsi. L’assessore all’agricoltura della Regione Veneto, Giuseppe Pan, è andato a piedi da Cittadella a Padova per chiedere a Sant’Antonio di aprire le cateratte del cielo. Scatenando il sarcasmo degli internauti che hanno chiesto al governatore Zaia di dare l’assessorato a un rabdomante. Mentre al Sud si invocava la Vergine Maria.
A Roscigno, una cittadina del salernitano, hanno portato in processione la Madonna di Costantinopoli. La chiamano “Maronna acquarola”, visto che da secoli la comunità la supplica di fare il bello e il cattivo tempo. Dai tempi in cui la siccità significava fame e carestia, e le donne scalze si battevano il petto davanti all’immagine scrutando il cielo nella speranza di scorgere il guizzare di un lampo, di avvertire una raffica umida apportatrice di pioggia.
In realtà i riti meteorologici sono i più antichi tra tutti i rituali umani. Addirittura gli scienziati utilizzano il tipo e la frequenza di queste cerimonie sacre come indicatori preziosi per ricostruire le variazioni del clima nei secoli. È il caso dei ricercatori Emanuela Piervitali e Michele Colacino, che, grazie alle processioni annotate sui registri parrocchiali, hanno ricostruito l’andamento climatico in Sicilia dal Cinquecento a oggi.
I santi e le Madonne specializzati in interventi miracolosi contro il secco erano tantissimi. E le popolazioni rurali, che
sapevano sulla loro pelle quali tragedie potesse provocare un caldo prolungato per la vita dei raccolti e degli animali, facevano di queste sacre icone i simboli della loro dipendenza dalla natura.
Così le veglie, i tridui di preghiera, le novene, le rogazioni, erano insieme una manifestazione di fede e l’ammissione di un limite. Un fatto normale e ricorrente nell’Italia contadina, che non aveva ancora sviluppato la nostra fede cieca nell’onnipotenza della tecnologia. E si avvertiva profondamente dipendente dai cicli e dai capricci del clima.
Nella Sicilia del 1893 vi fu una siccità di sei mesi passata alla storia. Dopo che preghiere e processioni si erano rivelate inutili, a Salaparuta si cominciò a spargere per i campi la polvere spazzata dalle chiese. A Nicosia schiere di penitenti scalzi si flagellarono a vicenda con fruste di ferro. E per costringere i santi a darsi da fare, si passò alle maniere forti. A Palermo San Giuseppe fu scaricato in un giardino bruciato dal caldo perché vedesse con i suoi occhi il disastro che non aveva saputo impedire. I patroni, considerati poco efficienti, venivano messi faccia al muro come bambini disobbedienti. O buttati negli abbeveratoi delle bestie ormai desolatamente vuoti. A San Michele Arcangelo vennero strappate le ali d’oro e sostituite con ali di cartone. E in casi estremi le statue dei santi erano denudate, incatenate e minacciate di annegamento o d’impiccagione per inadempienza meteorologica, mentre il popolo infuriato mostrava i pugni gridando “O la pioggia o la corda”.
Tutto questo apparato di credenze, peraltro, non ha mai impedito agli uomini di costruire dighe, canalizzazioni, golene, bacini idrici. Semplicemente si rinforzava la tecnica con i simboli, l’intervento con l’affidamento. L’uno per fare e l’altro per dire. Il primo per garantirsi, il secondo per darsi coraggio. Un modo per affermare l’importanza vitale dell’acqua e quella, altrettanto vitale, del legame comunitario e della solidarietà. Che resta, ora come allora, il vero bene rifugio di una comunità in pericolo.

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Marino Niola
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