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La liturgia delle feste all’aperto – La Repubblica

19 Agosto 2017

Le sagre sono liturgie dell’abbondanza dedicate a santi che coltivavano l’astinenza. Lo diceva quel satanasso di Ambrose Bierce, autore del Dizionario del diavolo. E ci prendeva in pieno. Visto che a rendere intramontabili queste feste all’aria aperta è proprio il giusto mix di sacro e profano, tradizione e devozione, tipicità e convivialità, informalità e allegria. Un compromesso storico fra anima e animelle.

Perché in ogni caso, che sia trippa o salsiccia, rana o lumaca, gnocco fritto o panzanella, tomino o caprino, fragola o patata, pisello o tortello, si tratta sempre di una sacralizzazione. Che trasforma il cibo in un totem comunitario, in una celebrazione del consumo collettivo.

Ecco perché queste abbuffate cerimoniali un tempo si svolgevano sul sagrato delle chiese. Erano forme di pienezza rituale, di esultanza stagionale che mettevano sui prodotti della terra il bollino verde del cielo. Un DOP soprannaturale.

Che ancora oggi esercita un’attrazione irresistibile sul nomadismo vacanziero affamato di riti e di comunità. Disposto a peregrinare da una sagra all’altra alla ricerca di folk-tainment. Un intrattenimento folclorico che “proloca” usi e costumi del passato per promuovere un futuro vintage.

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Marino Niola
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