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Ci sono volte in cui la farsa ritorna in forma di tragedia – il Venerdì di Repubblica

25 Agosto 2017

Quando la storia si ripete diventa caricatura. Ma quando a ripetersi è la caricatura, diventa tragedia.
Fino a pochi anni fa, una marcia come quella organizzata dai suprematisti bianchi il 12 agosto a Charlottesville, in Virginia, con simboli del Ku Klux Klan, slogan come blood and soil e fiaccole accese, non sarebbe stata che la grottesca parodia di un mondo scomparso, un rigurgito nostalgico. Più o meno come la surreale manifestazione dei nazisti dell’Illinois in The Blues Brothers, l’indimenticabile favola rock di John Landis. Pochi e ridicoli idioti che, nella Chicago di fine anni Settanta, continuano a prendere ordini da un pirla che si fa chiamare Obergruppenführer, con un nome da SS. E che i dioscuri del soul, John Belushi e Dan Aykroyd, liquidano come la scheggia di un passato irricevibile, ma su cui è possibile scherzare, proprio perché è sepolto per sempre. Li investono con l’auto ma soprattutto li seppelliscono sotto una risata. Invece in Virginia è andata al contrario. A essere investito e ucciso è stato un manifestante antisuprematista.
E la risata si è trasformata in un incubo delirante. A base di emblemi nazi, croci uncinate, e grida di Heil Trump. Con l’effetto di far tornare l’America indietro di cinquant’anni, ai tempi delle lotte contro la segregazione razziale. E forse ancor più lontano nel tempo, visto che i bianchi protestavano contro la rimozione di una statua del generale schiavista Robert E. Lee, comandante sudista nella guerra civile. La differenza è che ai tempi dei Blues Brothers a capo degli Usa c’era il futuro Nobel per la pace Jimmy Carter. Mentre questa è l’America di Donald Trump, eletto con i voti dei suprematisti. Che adesso presentano il conto.

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Marino Niola
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