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Il serpete fatato che avvinghia la testa del santo – La Repubblica

4 Settembre 2017

Questa festa è pazzesca!!! Un mix tra Indiana Jones e Kafka». È il commento di Brendan, un internauta folgorato da un articolo del “Telegraph” sul rito dei serpenti di Cocullo. Una manciata di case gettate sulla schiena dell’Appennino abruzzese. Che celebra San Domenico Abate, monaco bene dettino del mille, portandolo in processione ammantato di cervoni, biacchi, saettoni, bisce e colubri. Il riferimento del post all’archeologo cuor di leone, che però se la fa sotto se vede un rettile, è scontato. Più raffinata l’allusione a Franz Kafka che, in una lettera a Milena Jesenská, sua traduttrice e amante, per descrivere il groviglio inestricabile della loro passione selvaggia immagina la testa di lei come quella di Medusa, cinta da aspidi sibilanti. E la propria, in preda ai serpenti indomabili dell’angoscia. Un mood caravaggesco, fatto di attrazione e paura, amore e tremore.
Altrettanto intricata è la matassa strisciante che avvolge il capo del santo il primo maggio, giorno della sua festa, quando la sua statua, caduceo nella mano destra e ferro di cavallo nella sinistra, attraversa il paese. Sembra una Gorgone barbuta, in mezzo a una marea di popolo commosso. Silente, piangente, orante, implorante. Ma soprattutto fotografante. In preda a un irrefrenabile delirium ritraens. Una corsa all’ultimo scatto per immortalare il brivido di quel contatto ravvicinato con l’animale più simbolico della terra. Perché, anche se non si tratta di specie velenose, stiamo pur sempre parlando della bestia che ha procurato ai nostri progenitori il Daspo dal paradiso terrestre.
Gli anziani cocullesi trovano assurda questa incontinenza da instagramers all’ultimo stadio. «Tuttu lu juornu clicche clicche clicche», commentano fra lo sconsolato e il rassegnato, «ma non era meglio ricordarsi con gli occhi?». In realtà è proprio la visione la vera posta in gioco di questo antico rituale agrario. Tutti scrutano avidamente gli spostamenti sinuosi dei colubri mentre si attorcigliano intorno alla testa ricciuta del taumaturgo che guariva i contadini dai morsi delle vipere. Una massa brulicante scivola intorno al suo collo, risale sull’aureola, si allunga verso le sue braccia. Ogni movimento ha un significato, consolidato dal tempo e dalla sapienza popolare.
Nessun esemplare può cadere a terra senza terrorizzare la comunità. Perché è segno certo di cattivo augurio. E se, Dio non voglia, quest’oscuro gomitolo che si avvolge, si svolge e si rivolge, tocca il candido viso della statua, un’ombra si allunga sulla stagione dei raccolti. E questa rifrazione visionaria illumina, come un lampo magnetico, una remota parentela tra indovini, profeti e serpenti. Una mitologia ofidica che risale le correnti del tempo fino alla verga di Mosè e a Tiresia, il cieco veggente della tragedia greca. Iniziato ai misteri della vita e della morte dall’incontro con due rettili in amore. Ma il legame fra il rito abruzzese e il mondo pagano non finisce qui. Perché la familiarità tra questo popolo, discendente degli antichi Marsi, e l’erpetologia sacra affonda le sue radici in quelle risorgive dell’immaginario dove il mito e la storia si confondono. E dove regna Angizia, l’antica dea delle genti marsiche, sorella di Circe e di Medea, nonché signora incontrastata dei veleni e dei contravveleni. Il suo santuario si trovava a Luco dei Marsi, il sacro bosco dei cacciatori di serpenti. Come Umbrone, il sacerdote e guaritore che nell’Eneide incanta le vipere e le idre, ne placa il furore e ne guarisce il morso. Annibal Caro, traduttore cinquecentesco del poema virgiliano, lo definisce «gran ciurmatore», adoperando una parola – derivante dal latino carmen, cioè formula magica – che nell’Italia del suo tempo designava gli incantatori di serpenti e i ciarlatani che vendevano specifici, farmaci e antidoti nelle piazze. Ma quel che oggi sembra un raggiro, in epoche remote era l’unica cura contro i veleni animali e vegetali. E i Marsi erano noti in tutto il mondo antico per la loro confidenza con il mondo che striscia. Lo affermano all’unisono Ovidio, Plinio e il poeta Silio Italico che attribuiscono questa perturbante specializzazione proprio ai magheggi e ai maneggi della dea. E delle sue discendenti moderne. Come l’Angizia Fura de La fiaccola sotto il moggio, che la prosa rabdomantica di Gabriele d’Annunzio infila, come una scheggia mitologica nel corpo sensuale di questa serva marsicana, esperta di pozioni e figlia di un ciurmatore.
Gli eredi dei ciurmatori d’antan oggi si chiamano serpari. Sono quegli uomini e quelle donne, spesso bambine, iniziati per natura e per cultura ai misteri ofidici. Nella Marsica si dice che c’è chi nasce col sangue del serparo in corpo. «Le senti col cuore le serpi, prima ancora di individuarle – raccontano – e solo dopo ti compaiono davanti agli occhi». Sono questi snake busters a procurare la materia vivente da offrire a Domenico. Cominciano a stanarle dal letargo il 19 marzo, giorno di San Giuseppe, grazie a una deroga alla legge che protegge queste specie. E le custodiscono in casa mostrandole ad amici e parenti come se fossero animali domestici. Non a caso le chiamano con soprannomi affettuosi, Garibaldi, Codamozza, Oscar. E perfino Alessia, come la moglie di uno di loro che prima di farsi acchiappare lo ha fatto penare. Mesi e mesi di corteggiamento prima del fatidico sì. In fondo anche quel giocare a nascondino tra i ciurmatori di oggi e i rettili è questione di feeling. È un’attrazione reciproca, che sta tra il magnetismo animale e l’affinità elettiva. Un’arcana corrispondenza tra uomini e natura. Che affiora come un istinto di seduzione primigenia nelle signore che partecipano devotamente alla festa con cervoni avvinghiati intorno alle braccia, come i monili di Cleopatra. Dopo la festa i serpari liberano gli animali nel punto dove li hanno catturati. E dove andranno a riprenderli l’anno successivo. In quella sorta di eterno ritorno che è il rito.
Certo, fra Angizia e San Domenico il cammino è lungo e il ponte che in qualche momento della storia li ha collegati è stato ricoperto da quelle che Shakespeare chiamava le informi rovine dell’oblio. Eppure quel passaggio di consegne fra paganesimo e cristianesimo c’è stato. E nel tempo è diventato un mito nel mito. La cifra nel tappeto di questo popolo che ha la passione dell’origine e usa i numi del passato per puntellare il presente.

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Marino Niola
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