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Il gusto della ricerca dalla fame ai tramezzini – il Venerdì di Repubblica

20 ottobre 2017

Quando gli antenati sono dimenticati, i padri esclusi e le madri assenti, ai giovani non resta che il cibo degli orfani. La frase di Piero Camporesi, uno dei maggiori intellettuali italiani della seconda metà del Novecento, fotografa la trasformazione attuale della nostra società.
Al grande studioso, autore di opere fondamentali tradotte in tutto il mondo come Il pane selvaggio e Il libro dei vagabondi, il Dipartimento di Filologia classica e italianistica dell’Università di Bologna e la città natale, Forlì, dedicano domani e dopodomani due giornate di studio nel ventennale della scomparsa. Il gusto della ricerca è un titolo eloquente per un’iniziativa provvidenziale.
Perché un Paese che naviga a vista nelle acque del presente ha bisogno, oggi più che mai, di recuperare pensieri e visioni del mondo capaci di dare un orientamento che vada al di là del last minute, della ricetta mordi e fuggi che oggi dominano incontrastate. E le opere di Piero Camporesi hanno fatto davvero da bussola della mutazione italiana e non solo. Fissando l’alimentazione come punto cardinale per discendere e risalire le correnti della storia. Dalle crudeli ristrettezze del Paese della fame, dove guaritori e ciarlatani curavano corpo e anima del Quarto Stato, alla metamorfosi borghese della nazione. Che lui identificò nella figura di Pellegrino Artusi, il Cavour della gastronomia, che tentò di fare l’Italia a tavola. Fino all’attuale Paese dei tramezzini.
Aborriti dal grande antropologo che, con un anticipo di trent’anni, intravide in quelle “delizie funeree” la futura razione kappa dell’umanità contemporanea.

Marino Niola
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