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Signorelli, la pasionaria dell’antropologia – il Mattino

26 ottobre 2017

Se n’è andata l’antropologa più irriverente d’Italia. Ma anche una delle osservatrici più acute delle trasformazioni sociali che hanno traghettato il nostro Paese dai lontani anni del miracolo economico a quelli recenti delle migrazioni. Amalia Signorelli, scomparsa ieri all’età di 83 anni, è stata una pasionaria eclettica. E questa sua cifra incendiaria ha sempre caratterizzato la sua vita e la sua ricerca. Sin dal lontano 1957, quando si laureò in Etnologia con Ernesto de Martino, il padre dell’antropologia italiana. Con lui la giovanissima studiosa partecipò alla ricerca sul tarantismo salentino, da cui doveva nascere un libro culto come La terra del rimorso. E quando sembrava avviata ad una luminosa carriera accademica nel solco del suo grande maestro, gli comunicò che avrebbe lasciato Roma e l’università per sposarsi e andare a vivere in Calabria. Lui le diede della matta. E lei, come le capitava spesso, si accese come un cerino.
Ma non cambiò minimamente i suoi programmi di vita e di lavoro. E scelse di insegnare in una scuola media di Cosenza. Perché era convinta che non si poteva studiare e cambiare il Sud standosene a Roma al chiuso di uno studio. Ma bisognava scendere in prima linea.
Stare sul campo, per quanto scomodo e difficile potesse essere, soprattutto per una giovane donna.

L’episodio lo ricorda lei stessa all’inizio del libro Ernesto de Martino. Teoria antropologica e metodologia della ricerca, scrittonel 2015, in occasione del cinquantennale della scomparsa del grande studioso napoletano. Ma all’università Amalia Signorelli ci tornò alla grande. E però sempre alla sua maniera eterodossa, ingovernabile, qualche volta ispida. La ricordo qualche anno fa che sparava a zero contro la pratica, tipicamente accademica, di citare i libri dei potenti. E sì che lei potente lo era eccome! Insegnò a Urbino, Napoli e Roma. Ma il segno più incisivo lo lasciò da noi, alla Federico II. Dove ha formato generazioni di studenti e di ricercatori. E dove, insieme a Lello Mazzacane, fondatore dell’antropologia visiva italiana, diede vita al Centro di ricerca audiovisiva sulle culture popolari.

E sul rapporto tra cultura popolare e cultura di massa, tra disuguaglianze di classe e disuguaglianze di genere, Amalia Signorelli ha scritto libri importantissimi, come Chi può e chi aspetta, pubblicato nel 1983 da Liguori e dedicato al rapporto tra clientelismo e condizione giovanile del Mezzogiorno. O come Pensare e ripensare le migrazioni, uscito nel 2011 da Sellerio, dove riprende un suo cavallo di battaglia come la diaspora italiana degli anni Sessanta, dal Sud verso il Nord, e la mette in relazione con i flussi recenti che hanno fatto del nostro Paese un punto d’arrivo delle ondate migratorie prodotte dalla globalizzazione. E inoltre, forse stimolata dalle sollecitazioni a pensare di una città mondo come Napoli, aveva studiato a lungo l’antropologia urbana. Soprattutto aveva indagato le conseguenze, spesso drammatiche, che le scelte urbanistiche hanno sulla vita delle persone. Cosa che aveva denunciato con animo militante e spirito di servizio negli anni in cui sedette sui banchi del Consiglio comunale napoletano nelle file del Pci.

E le sue ultime riflessioni sul presente le ha affidate a un prezioso libretto, edito da Einaudi e intitolato La vita al tempo della crisi, dove delinea i nuovi stili di vita e le gerarchie di valori prodotti dall’insicurezza economica e dalla precarietà esistenziale dell’umanità interinale che si avvia a diventare un nuovo proletariato planetario. Il carattere abrasivo delle sue rasoiate sulla politica e la vita quotidiana l’aveva resa un personaggio televisivo, ospite fissa a «Ballarò», «Otto e mezzo», «Fuorionda», dove le sue bordate polemiche non facevano prigioneri. E quando la sparava grossa, e lo sapeva, faceva un sorrisetto civettuolo da enfant-terrible con tanto di alzatina di spalle. Come dire, perdonatemi ma non posso fare a meno di dire quel che penso.

Marino Niola
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