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In Thailandia la morte del re è senza tempo – la Repubblica

30 ottobre 2017
Adesso re Bhumibol è veramente morto. Dissolto in una nube bianca. Quando i thailandesi hanno visto levarsi quel fumo candido, hanno pianto disperatamente.
Perché a quel punto il loro amato sovrano ha davvero smesso di essere persona, per diventare memoria. In realtà il re era morto il 13 ottobre dell’anno scorso, ma la conclusione della sua parentesi terrena è avvenuta solo ieri. Dopo che, per un intero anno, il Paese ha vissuto un lutto che ha segnato di nero i corpi e le anime. E ultimamente perfino gli schermi, visto che il governo ha imposto alle emittenti televisive di ridurre l’intensità del colore di tutti i programmi. Un modo per abbrunare la realtà. Per coprire il Paese di un velo luttuoso e malinconico.
In questi ultimi cinque giorni la cerimonia funebre ha raggiunto il suo climax sotto lo sguardo di 120 canali tv, che non hanno trasmesso nient’altro se non le immagini del commiato. E sotto gli occhi pieni di lacrime di sessanta milioni di Thai, che assistevano smarriti e costernati a questo straordinario spettacolo della morte. Alla trionfale uscita di scena del «più coreografato dei regnanti».
Così Paul Chambers, dell’Università Naresuan di Phitsanulok, a nord di Bangkok, ha definito questo re semidio, considerato un avatar di Vishnu, uno degli dèi della sacra Trimurti, la trinità indù.
Per noi occidentali moderni è sempre difficile capire fino in fondo questo ritualismo estremo delle civiltà orientali. Che sono al tempo stesso essenziali e misteriose, minimaliste e sontuose. Ma, in realtà, questo spettacolo sfolgorante di luci e di colori, di danze e di preghiere, di monaci salmodianti e di dignitari in abiti da parata, di marionette e di soldati, ci parla anche di noi. Perché riflette il grande paradosso della sovranità. La ferita inguaribile di ogni potere. Sempre in bilico tra la perennità della carica e la possibilità della sua interruzione, tra l’immortalità del regno e la mortalità del re. Ecco perché in Thailandia, come nelle monarchie europee, l’addio al simbolo supremo della nazione è sempre un affare di stato. Una questione fisica e metafisica. Che coinvolge uomini e dèi, politica e religione. In realtà ad ogni morte regale, nel periodo di vuoto che separa il decesso del re dall’incoronazione del successore, il regno è come sospeso su una lama di coltello, in bilico tra ordine e caos. Per questa ragione le società temono il vuoto di potere che, oggi come ieri, spalanca le porte all’imprevisto. E cercano di occultare l’interregno. Ingaggiando una lotta contro il tempo, zippandolo di rituali e cerimonie che rappresentano, di fatto, dei veri e propri esorcismi istituzionali per negare quell’assenza che può contagiare il corpo sociale, farlo ammalare di una malattia mortale. Per questo i funerali Ancien Régime duravano mesi, qualche volta anche più. Come quello di Francesco I che, nel 1547, occupò un anno intero perché doveva toccare tutte le città della Francia. E durante quel tempo lunghissimo, a corte sedeva sul trono un suo simulacro, una sorta di avatar che veniva trattato come una persona viva. Un po’ come quel che è successo in Thailandia, dove la pira su cui è stato arso il corpo di Bhumibol è stata moltiplicata in ottantacinque copie in scala ridotta, distribuite in tutto il paese. E al tempo stesso è stato assolutamente vietato stampare sulle t-shirt le immagini della cremazione. Un ulteriore modo per tenere l’immagine della regalità al riparo da tutto quello che ha a che fare con la sua fine. E per di più è stato proibito qualunque gesto di dolore spontaneo.
Perché la realtà vera, che ha sempre qualcosa di incontrollabile, non si potesse infilare tra le maglie strette del rito.
Adesso le ossa e le ceneri del figlio degli dèi e padre della nazione riposano nel tempio del Buddha di Smeraldo, il sancta sanctorum della Thailandia. In quell’urna sono stati sigillati timori e speranze di una nazione intera.
Marino Niola
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