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Liberi dal patriottismo per una Nazionale che non ha nazione – la Repubblica

14 novembre 2017

La sconfitta brucia ma in fondo è una scottatura superficiale, di quelle che guariscono in fretta. Anche se all’inizio fa male. Perché l’idea che per la prima volta, dopo sessant’anni, la Nazionale guarderà i mondiali alla televisione, a dire il vero ci fa girare e non poco. Ci rende malmostosi. Bipolari. Un po’ incazzati un po’ depressi all’idea delle notti magiche che non vivremo. E risveglia i nostri istinti giustizialisti. Colpa del CT. È mancata la cattiveria.
Gli svedesi sono più concreti. I nostri sono bamboccioni viziati. La qualificazione non l’abbiamo persa ieri a Milano, ma durante le qualificazioni. Insomma tutto il repertorio da bar sport che in fondo ci piace ripetere, e sentir ripetere. Come una giaculatoria. Come un mantra di periferia. Perché in un modo o nell’altro il calcio è un rito anche fuori dal
campo. Anzi gli ultimi veri officianti della liturgia pallonara siamo noi che guardiamo e soffriamo. Ci esaltiamo e rimuginiamo. Ci commuoviamo e ce ne sbattiamo. Siamo noi la soccer tribe, la tribù del calcio, come la chiama l’antropologo Desmond Morris. Siamo noi le scimmie nude che ballano sugli spalti o davanti alla tv. Ed è quel che sognavamo di fare anche quest’estate.

E invece questo cambio di programma che per il momento ci rode il fegato, potrebbe trasformarsi in una grande occasione di disintossicazione collettiva. Liberi da quell’obbligo di patriottismo che riaffiora a ogni mondiale. A condizione però di superare gli ottavi. Come fu in Spagna nel 1982 quando ci davamo per spacciati di fronte all’Argentina di Maradona e al Brasile di Falcao. E il nostro cinismo autodenigratorio si scatenava contro l’italietta votata al martirio. Poi andò come andò e il paese fu tutto un tricolore. La stessa cosa accadde in Germania nel 2006, dopo la finale decisa dal colpo di testa di Zidane sui tatuaggi di Materazzi. E spesso i nostri ricordi, gli amori, i flirt, le
vacanze sono scandite da quest’epica calcistica.

Ma è sempre una passione sub condicione per una Nazionale senza nazione. Perché l’Italia è una patria intermittente. Osannata quando vince. Rinnegata quando perde. E comunque sempre meno amata della squadra del cuore. Il nostro tifo stracittadino è la fotografia di un nazionalismo ad assetto variabile. Di un sentimento unitario che è in sofferenza sin dal Risorgimento. E di un’identità collettiva che resta prima di tutto locale, municipale, territoriale. La verità è che i caratteri e i caratterini italici si sono fatti molto prima che si facesse l’Italia.
Anche per questo non si muore se stavolta l’Italia calcistica non si farà. Anzi, potrebbe essere l’occasione per inventarsi un’estate diversa.
Dove tempistica e logistica non siano scandite solo dal calendario delle partite. E anche un po’ più bisex.
Senza esclusione di mogli, fidanzate e amici ostici e agnostici. Precettati e costretti a far buon viso a cattivo gioco. Fingendo di partecipare a un rituale di cui non gliene può fregare di meno. In fondo l’eliminazione degli azzurri rende più libero il nostro tempo libero. Come dire, chiusa la porta di Casa Italia, si apre un portone.

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Marino Niola
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