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Icona – la Repubblica

25 novembre 2017

L’icona è un’interfaccia con il divino. Noi ne abbiamo fatto un’interfaccia con la qualunque. Abbiamo inflazionato questa parola che ormai significa tutto e niente. Pop star, attori, calciatori, leader politici, influencer, cuochi, stilisti, modelle, paparazzi, venditori, imbonitori, ciurlatori. Ormai nel mondo delle icone solo posti in piedi.
Di questo sbraco terminologico ha qualche responsabilità Andy Warhol con la sua iconizzazione globale della vita quotidiana.
Dalla Coca Cola a Marylin, dalla Campbell a Mao, da Liz Taylor al Vesuvio. La sua provocazione però era sottile, perché quei volti non erano persone e quegli oggetti non erano cose. La sua era una teologia dei consumi, fatta di astrazioni pop, simulacri glamour, rappresentazioni della potenza infinita della società dell’immagine. Proprio come le vere icone, quelle bizantine e russe, nate dal fervore visionario del cristianesimo ortodosso. Astratte e potenti, enigmatiche e impassibili, luminose e numinose. Simulacri scintillanti dell’onnipotenza di Dio. Ma noi, invece di imparare la lezione di Warhol, ci siamo illusi di avere scoperto il trucco. E così iconizziamo anche il pizzaiolo di tendenza e l’instagrammer di successo. Gigioneggiamo con il termine per sembrare sempre sul pezzo. E invece facciamo un uso della parola che è al di sotto della nostra intelligenza e al di sopra delle nostre possibilità.
Insomma, a furia di sentirci dire che l’immagine è tutto, abbiamo confuso l’apparizione con l’apparenza. E l’icona con l’emoticon. La prima, come dicevano i mistici orientali, è manifestazione misteriosa di una forza inconoscibile, un ideogramma dell’invisibile. Senza semplificare, una radice cubica del logos. O, semplificando, una scintigrafia della divinità. Mentre noi, quando ci manca la parola, buttiamo lì la solita icona, proprio come un emoticon verbale, l’ideogramma dell’afasia di massa. E così diventiamo dei molestatori del senso, degli stalker della lingua. Perché le vere icone sono emergenze simboliche, le nostre sono scemenze mediatiche.

Marino Niola
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