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Giotto & lampredotto: la cultura del cibo prende la laurea – il Venerdì di Repubblica

1 Dicembre 2017

Finalmente una buona notizia per l’università. La nuova laurea in Scienze gastronomiche, appena approvata dai due rami del parlamento, smette di essere un semplice indirizzo di agraria, o un’ancella delle tecnologie alimentari.
E restituisce alla cultura del cibo tutta la sua complessità storica e antropologica.
È un’altra lodevole iniziativa verso un adeguamento della formazione dei giovani alle nuove domande della società e dell’economia. E alle potenzialità di un Paese come il nostro, che ha nell’agroalimentare il suo petrolio verde.
Era assurdo e anacronistico che gli studi sull’alimentazione si riducessero a un calcolo di calorie, carboidrati e grassi.
O all’analisi della composizione dei cibi. O al marketing. Sottostimando i fattori culturali. Quell’insieme di storie, e tradizioni, vocazioni, usi e costumi. Cioè quello straordinario patrimonio di biodiversità naturali e umane, quell’intreccio tra capolavori dell’arte e cattedrali del gusto, dove Raffaello fa rima con culatello, Giotto con lampredotto e Lorenzetti con spaghetti, che ha reso grande la gastronomia italiana. E che è necessario riconoscere, studiare, promuovere. E soprattutto imparare a raccontare. Come ha fatto la Francia, che ha costruito intorno ai suoi vini e formaggi una mitologia, una letteratura, un’aura di leggenda. Mentre noi, che di eccellenze ne abbiamo da vendere, siamo solo ai primi balbettii di uno storytelling che molti confondono ancora con la pubblicità. Insomma è difficile valorizzare qualcosa che si considera poco, si conosce male e si comunica peggio.

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Marino Niola
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