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La macchina dei selfie, prima dei selfie – la Repubblica

2 dicembre 2017

“All’artificio di certi ritratti, preferisco di gran lunga le piccole foto delle carte d’identità. A quei volti puoi sempre fare una domanda”. Lo diceva il guru della fotografia Henri Cartier-Bresson. Se poi quei volti sono milioni, le domande diventano risposte. E ci raccontano una storia che inizia giusto cinquantacinque anni fa, nel novembre 1962, quando a Roma, nella Galleria Colonna, ora intitolata ad Alberto Sordi, la Dedem installa la prima cabina italiana per fototessere. Per mesi si formano file interminabili di persone ansiose di entrare nella scatola magica. Che per sole cento lire, in soli tre minuti rilascia quattro ritratti. È la madre di tutti i selfie. Perché dentro quel box abbiamo sperimentato per la prima volta il vis à vis con la nostra immagine. Affrancati dall’arbitrio tirannico del fotografo e dagli estenuanti preliminari dell’autoscatto a orologeria.

E adesso le cabine con la tendina sono alla vigilia di una nuova rivoluzione, che da gennaio le trasformerà in modernissime stampanti dove, grazie al collegamento wifi, potremo sviluppare in tempo reale le immagini che abbiamo nel cellulare. E per localizzare la più vicina basterà scaricarsi l’app gratuita Paparazzo. Un nome un programma.

Quei set fotografici autogestiti di fatto hanno creato un nuovo bisogno, quello dell’autoritratto low cost. Che è immediatamente diventato un acceleratore di modernità e di socialità, ma anche di narcisismo e di individualismo. Infatti nel periodo che va dai Sessanta all’era della telefonia digitale, la macchina esercita una sorta di attrazione fotale. Quando se ne trova una, non si riesce a resistere alla tentazione di farsi uno scatto. Da soli, in coppia, in gruppo, in gita scolastica, con gli amici. L’occhio automatico ha fotografato le facce di tutti gli Italiani, testimoniando trasformazioni sociali ed evoluzioni di costume. Look, posture, gesti, atteggiamenti. Ha fissato, spesso a nostra insaputa, quella fame di vita, quell’ansia di novità, quell’euforia da Sorpasso che segnano gli anni del miracolo economico. E via via il ribellismo militante dei Settanta, l’edonismo disincantato degli Ottanta e il giustizialismo risentito dei Novanta. Dal bianco e nero al colore, dall’analogico al digitale, dai primordi della tecnologia all’avvento dei telefonini. Insomma la mutazione antropologica del nostro paese sviluppata in una lunga striscia di istantanee. Che ci mostrano come eravamo e come siamo diventati. La differenza è che allora vivevamo con timidezza lo sguardo dell’obiettivo. E la lotta tra l’attimo fuggente e l’eternità, che è la nobile scommessa della fotografia, ci vedeva immancabilmente perdenti. Lo scatto arrivava quasi a tradimento. L’esatto opposto della naturalezza innaturale dei nativi digitali che hanno inaugurato la fotogenia di massa.

Insomma, la cabinetta Dedem ha dato inizio all’era dell’autoritratto on demand, che adesso celebra il suo trionfo con il selfie, capace di trasfigurare ogni istante della nostra vita. Quotidiano o eccezionale rende tutto egualmente speciale.  Visibile e condivisibile in tempo reale. È una nuova economia dell’immagine che diventa ideologia, mitologia, diplomazia, fotomania. Ecco perché capi di stato e personaggi dello star-system si autoimmortalano spesso e volentieri, come ragazzi a una festa di compleanno o turisti sullo sfondo della Gioconda.

Tutto è cominciato nel 2013, con Barack Obama che, alla commemorazione di Nelson Mandela, si è fatto un selfie fuori protocollo con David Cameron, allora premier del Regno Unito e la prima ministra danese Helle Thorning-Schmidt.

Ma il vero botto lo ha fatto il mondo del cinema la notte degli Oscar 2014, quando l’attrice Ellen DeGeneres, ha chiamato a raccolta per un selfie i divi seduti in prima fila. E ha messo il suo cellulare nelle mani di Bradly Cooper che ha preso d’infilata Julia Roberts, Meryl Streep, Kevin Spacey, Brad Pitt, Angelina Jolie, Jennifer Lawrence, Channing Tatum, Jared Leto, Lupita e Peter Jr. Nyongío. L’istantanea, postata su Twitter, è diventata il big bang dell’autoscatto. Si dice che dietro quell’apparente spontaneità ci fosse la regia occulta di un produttore di telefonini. Ma questo nulla toglie alla deflagrazione che ha provocato. Da allora nessuno si sente più fuori luogo a proporre una foto di gruppo.

Dal profano al sacro. Un Selfie con il Papa è diventato addirittura un format TV. Anche se il primo selfie del Pontefice è stato un fake, perché si trattava di un fotogramma scaricato da un video postato su Instagram su un falso profilo del Vaticano. E che il selfie sia andato oltre la foto per diventare forma mentis, lo dice il presepe di Modern Nativity, un’azienda californiana. Nella classica capanna San Giuseppe in versione hipster e Maria in leggins e top, si selfeggiano col bambinello.

Eppure ancora oggi, al tempo dell’autoscatto social e del tag compulsivo, la vecchia cabina conserva il suo fascino. E non è solo vintage. Molti la usano per immortalare i momenti che contano davvero, salvandoli dall’inflazione di immagini che il web fa tracimare su di noi azzerandone il senso, l’intensità, il valore. Ha fatto il giro della rete la domanda di matrimonio di Kevin, che con la scusa di una foto ricordo ha convinto la fidanzata Molly a sedersi sullo sgabellino e a sorpresa le ha infilato l’anello. L’obiettivo ha catturato lo stupore della ragazza, con relativa esplosione d’amore. E la sequenza, postata su You Tube, in un baleno ha superato i due milioni di clic. Forse perché in quelle immagini c’è ancora l’aura dell’istante irripetibile. Insomma l’opposto della serialità e della reversibilità degli scatti che ci spariamo a raffica in ogni luogo e in ogni momento. A scuola, in cucina, al ristorante, in metro, in macchina, in autostrada, a letto, perfino in bagno. Ogni giorno al mondo vengono postate su Facebook 200 milioni di foto, 80 milioni vengono condivise su Instagram e 250 milioni trasmesse via WhatsApp.

Insomma la nostra vita è tutta un selfie.  Non è più una sequenza  di momenti, eventi, situazioni, esperienze, ricorrenze e ricordanze. Ma si è riconvertita in un’eternità liquida, in un flusso continuo di  fotogrammi che possiamo scomporre e ricomporre. Colorare, scontornare, ritoccare, fotoshoppare, condividere, viralizzare. In fondo sta tutta qui la differenza tra l’analogico, che ritraeva la realtà dei volti, degli stati d’animo, delle storie e il digitale che invece la realtà non la rappresenta. Ma la crea e la ricrea. E così rende postumo anche il presente. Perché lo riproduce e lo posta, mentre sta ancora accadendo. Di fatto è già post-fotografia.

Marino Niola
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