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Perché nel piatto c’è il nostro futuro – la Repubblica

18 dicembre 2017

Il nostro futuro dipende dal cibo. Non solo per sopravvivere, ma soprattutto per vivere bene, a lungo e in salute. Oltre che in pace con noi stessi, con gli altri e con l’ambiente. E per vincere la scommessa, c’è bisogno di riscrivere la nostra scala dei valori alimentari. Con una nuova cultura e una nuova misura.
In fondo la parola cibo deriva proprio dal greco kebos, che era lo strumento per calcolare la quantità giusta di alimenti. Quel senso della misura che è stato dimenticato negli anni della bulimia consumistica. Quando l’idea dello sviluppo infinito ha prodotto corpi a sua immagine e somiglianza. Un mondo obeso, malnutrito per eccesso. Anche se solo in parte. Perché ancora oggi l’umanità resta divisa in due. Tra chi ha più fame che cibo e chi ha più cibo che fame.
Ecco perché la promozione della cultura alimentare è una delle grandi sfide della politica, della formazione e dell’informazione.
Per dare risposte corrette e lungimiranti a quella volontà di sapere diventata ormai il pensiero dominante del nostro tempo. Che dell’alimentazione ha fatto una passione e un’ossessione.
Oscillante tra cibomania e cibofobia. Ma anche la materia prima di una nuova idea dello sviluppo e della sicurezza, dell’ecologia e dell’economia, dell’equità e della felicità, della salute e del piacere. I grandi temi del presente come la qualità della vita, la difesa dell’ambiente e del vivente, la salvaguardia delle biodiversità, la bioetica animale, la tutela delle filiere corte, la valorizzazione delle identità e delle comunità, passano soprattutto attraverso le scelte e le sensibilità alimentari. E questo è particolarmente vero in un Paese come l’Italia, che del cibo ha fatto da sempre uno dei suoi caratteri originali. Il marcatore culturale dei mille campanili, delle piccole e grandi patrie gastronomiche di cui è fatto lo Stivale. Una miriade di eccellenze, tipicità, vocazioni, produzioni, che hanno fatto della tavola tricolore un mito planetario, apprezzato da tutti e imitato da troppi. E della nostra dieta mediterranea l’immagine stessa del mangiare di domani: buono, democratico, stagionale, conviviale e solidale.
Dietro a ogni cibo c’è una storia da raccontare. Perché in realtà il Made in Italy da mangiare nasce da una simbiosi secolare tra capolavori dell’arte e cattedrali del gusto, dove dietro a ogni sapore c’è una vicenda storica e umana, sociale e personale che viene da lontano. Dalle spezierie medievali, dalle botteghe rinascimentali, dalle cucine di corte, dalla sapienza contadina, dalla creatività delle massaie costrette a fare di necessità virtù, trasformando la scarsità in bontà.
A rendere unico il Belpaese è proprio questo antico intreccio di misura e cultura per cui Tiziano fa rima con parmigiano, Bellini con tortellini, Botticelli con vermicelli. Raccontare il cibo per rispondere alle nuove domande del presente.
È proprio questa la grande emergenza culturale del nostro Paese. Per riconoscere e far conoscere la straordinaria ricchezza dei nostri giacimenti agroalimentari e le immense potenzialità del nostro petrolio verde.

Marino Niola
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