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Da New York a Tokyo imperversa una bulimia pizzesca – il Venerdì di Repubblica

22 dicembre 2017

L’arte dei pizzaiuoli napoletani (rigorosamente con la U) è diventata Patrimonio Unesco dell’umanità il 7 dicembre. Adesso che i clamori e l’euforia dei primi giorni si sono calmati, cominciano ad emergere le cifre, davvero imponenti, del business prodotto da questo comfort food globale.
Sessanta miliardi distribuiti nei cinque continenti. Con record di consumi negli States, dove ogni americano mangia tredici chili di pizza l’anno. E forse questa bulimia pizzesca spiega perché il popolo a stelle e strisce crede fermamente di averla inventata. A seguire ci siamo noi italiani con 7,6 chili pro capite. E i francesi che, nonostante il loro proverbiale sciovinismo, gastronomico e non solo, sono al terzo posto con un ragguardevole 4,3. E poi c’è il dato sorprendente dei giapponesi, che ne hanno fatto uno dei loro piatti di Natale, per celebrare la festa dei doni, importata dall’Occidente.
In fondo, sostengono seraici, i colori della Margherita sono identici a quelli di Babbo Natale!
Anche i nipponici si erano bevuti la favola della pizza made in Usa. Ma d’ora in poi nessuno potrà più millantare di averla inventata. Perché grazie all’Unesco e al nostro Ministero delle politiche agro-alimentari, è stato riconosciuto ai pizzaiuoli napoletani di aver dato i natali al disco fumante. Che non è altro se non la versione commestibile dell’arte di arrangiarsi. Un piatto popolarissimo che in poco più di due secoli è diventato un mito planetario. Economico, democratico, sostenibile. Bontà spaziale per uno street food globale. Un’icona del made in Italy. Non a caso Oliviero Toscani lo ha deinito il più bell’oggetto di design della storia. Insieme ai jeans. Con la differenza che dei jeans si può fare a meno.

Marino Niola
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