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Mediterraneo. Prova generale di futuro felice anche a tavola – Il Gazzettino

29 dicembre 2017

Non ci sediamo a tavola per mangiare e bere, ma per mangiare e bere insieme». È la regola aurea del banchetto Mediterraneo, un desco apparecchiato con quella convivialità e socialità che sono oggi la cruna dell’ago per l’integrazione del nuovo mondo. Il nostro futuro sta certamente nelle nostre radici, ed è per questo che i miei auguri 2018, a tutti voi, sono nel segno di uno sguardo “mediterraneo” verso i 365 giorni che ci aspettano. Siamo le generazioni che segnano il passo di una transizione complessa: quella fra l’ “homo economicus“, una metafora che nasceva nell’800 con l’ottimismo del progresso, e l’ “homo dieteticus“, il figlio spaventato dalla regressione, l’uomo che guarda al corpocome aunbene rifugio, perché solo quello gli rimane a garanzia della sopravvivenza.

Eppure insieme a Elisabetta Moro abbiamo testato le strade di un “Andare per i luoghi della dieta mediterranea” (Il Mulino, 2017) e abbiamo capito quanto sia democratica la gastronomia italiana, fatta di cibi umili che diventano ricchissimi, di pietanze e ricette capaci di far vivere bene. Nelle strade del gusto- dal baroccoricercato, morbido come le mandorle siciliane, passando per le coste di Amalfi e del Cilento, fino alla terra degli incantesimi salentini e risalendo verso calli e sottoporteghi veneziani – fra vecchi monasteri, quartieri popolari e leggende passate, la panciasi riempie di odori, prodotti e ingredienti segreti fatti di persone e tradizioni.

In questo viaggio scopriamo una volta di più che la dieta mediterranea allunga la vita. Regala benessere e aumenta il tasso di felicità. Perché non è solo un modello alimentare fatto di stagionalità, tipicità e biodiversità. Ma è un modo di vivere bello e buono, che rimette in equilibrio l’ambiente e lo sviluppo. E diventa paradigma alimentare di una nuova idea di economia sostenibile, che affonda le sue radici nel passato delle comunità che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo.

Una sorta di abbondanza frugale che, secondo studiosi come Andrea Segrè e Serge Latouche, è la sola ricetta in grado
di riparare i danni prodotti dalla bulimia consumistica. Da quell’opulenza spalmata come burro sulla vita del cittadino globale, che ha ostruito le coronarie del primo mondo. Appesantito dall’accumulo delle scorie del benessere, da un eccesso di residui non più metabolizzabili. Proprio come le montagne di rifiuti che assedianole nostre città.

E per definire questo modello ideale, che non è solo nutrizione ma stile di vita,che due scienziati americani, Ancel Keys e Margaret Haney, hanno inventato l’espressione dieta mediterranea, ispirata alla tradizionale sobrietà delle nostre cucine popolari. Senza eccessi, né proteici né calorici. Ma senza demonizzazioni, scomuniche, anatemi. Un’idea del cibo gioviale e conviviale democratica e sostenibile. Insomma, il modello alimentare mediterraneo è il regime del futuro, quello che fa bene al corpo e all’ambiente, alla fisiologia e all’ecologia. Che non sono separabili. Perché oggi la salute del nostro corpo è diventata la cartina di tornasole della salute del pianeta. E viceversa.

Ecco perché abolire “il troppoe il vano” dai nostri piatti riflette un rapporto rinnovato coni nostri bisogni e desideri. Ma anche una nuova responsabilità verso gli altri, verso la natura e verso le specie viventi. Non a caso non solo i cibi ma le pratiche sociali, l’artigianato, le filiere corte che sono alla base delle nostre eccellenze gastronomiche hanno pesato molto sulla scelta dall’Unesco che nel 2010 ha proclamato la dieta mediterranea patrimonio dell’umanità, proiettandola nel mainstream alimentare del mondo globale.
Del resto la dieta mediterranea è globale da sempre. Perché è fatta di mescolanze, di prestiti, incroci, contaminazioni. È il risultato di una Mediterranean connection, che abbracciava la tavola e la politica, le identità e le sensibilità, le tradizioni e le vocazioni. Basti pensare alla parentela fra la pizza, la pita greca, la pida turca, il lahmacun turco e il nan indiano. O quella tra il saor veneziano, il savouri greco il carpione lombardo piemontese, la scapece meridionale l’escabeche ispanica e il balik ekmek turco, i turcinielli pugliesi, il Kokoreç turco, il kokoretsi greco, la stigghiola sicilana.

In questo scenario la dieta mediterranea rappresenta una ricetta per vivere insieme, fatta non solo di cibi, ma anche di valori etici e sociali, di modelli di convivialità, di educazione alla sostenibilità, di propensione allo scambio, di disponibilità all’integrazione. Insomma la prova generale dell’umanità di domani. Felice 2018 a tutti, e lunga vita al nostro viaggio Mediterraneo!

Marino Niola
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