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Così la religione si è fatta “dolce” – la Repubblica

4 gennaio 2018

Il Cristianesimo non è solo una religione del libro. È anche una religione del cibo e l’abbondanza è sempre servita a santificare le feste. Mettendo d’accordo lo spirito e i sensi.
Molte delle eccellenze gastronomiche italiane, infatti, nascono proprio da questa superalimentazione festiva che trasforma Natale, Pasqua e altre feste comandate, in altrettante orge sacre. In pantagrueliche liturgie della gola. Non è un caso che spesso i dolci e le leccornie di precetto abbiano nomi di santi e che siano nati nei monasteri. È il caso della Santa Rosa, l’antenata della sfogliatella napoletana, che prende il nome dall’omonimo convento domenicano di Amalfi. Lì le novizie seguivano una ricetta particolarmente ricca, con crema pasticcera e sette amarene poggiate sopra, come “sette occhi piangenti”. Altrettanto celebri sono i frutti di marzapane, in origine prodotti nel convento palermitano della Martorana, che una volta contenevano al loro interno dei santini. E ancora i brigidini toscani, le cialde all’anice a forma di aureola dorata che sin dal Cinquecento le monache di santa Brigida preparavano con le piastre roventi delle ostie. Un luminoso esempio di gastronomia eucaristica. Come quello delle Clarisse della Santissima Trinità di San Michele Arcangelo, sul Gargano, famose per aver inventato le ostie chiene. Farcite di mandorle caramellate e miele. Un dolce che alla semplicità francescana unisce la raffinatezza aristocratica di santa Chiara, che era di ascendenze nobili. E, dulcis in fundo, la pasta di mandorla immacolatissima delle Benedettine di San Giovanni Evangelista, nel cuore barocco di Lecce, che dal segreto della clausura, fanno passare i loro celestiali pasticcini attraverso la ruota degli esposti. Così se generazioni di monache hanno trasformato l’ora et labora in religione del gusto lo hanno fatto in seno a una tradizione religiosa in cui il nutrimento del corpo è simbolo del nutrimento dell’anima, dall’ultima cena alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, dalle nozze di Cana alla cena in Emmaus. A cominciare dal pane e dal vino, che sono la sostanza stessa del dio incarnato. Tanto che nel Nuovo Testamento Gesù viene chiamato “il pane della vita” o “il pane vivo disceso dal cielo”. E certamente non è un caso che nasca a Betlemme, che in ebraico significa proprio la città dei pani. Insomma la tavola è uno dei linguaggi centrali della devozione. Perché mangiare come Dio comanda fa la differenza tra credenti e indifferenti. Non consumare carni e grassi animali nei giorni di vigilia, osservare l’astinenza come prescrive il fondatore dei Gesuiti sant’Ignazio de Loyola, praticare la temperanza come comanda san Paolo, convertirsi alla frugalità come raccomanda san Francesco e adesso anche Papa Bergoglio, costituiscono il decalogo alimentare del buon cristiano. Sia per difetto, sia per eccesso. Perché se la rinuncia mette alla prova la fede, è vero anche che la pienezza la alimenta.

Marino Niola
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