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Il mondo raccontato dalla voce dei millennial – la Repubblica

16 febbraio 2018

«Noi siamo la generazione dei ventenni. Quelli che sono nel limbo del tempo, troppo piccoli per essere credibili davanti alla società e troppo adulti per vivere spensierati come bambini». Lo scrive Lucrezia, giovane lettrice di D, a Umberto Galimberti che sul settimanale di Repubblica firma dal 1996 una rubrica. E adesso ha raccolto la sua lettera e quelle di altri 70 millennial in un libro che, come recita il titolo, dà La parola ai giovani (Feltrinelli).
Il limbo di cui parla Lucrezia è una prigione liquida, dove il presente appare una dimensione senza uscita. E il futuro una parola priva di senso. A quel deserto senza orizzonte, nel 2007 Galimberti dedicò L’ospite inquietante. Che sarebbe il nichilismo passivo, un’apatia pessimista cui i teenager sembravano condannati.
E invece queste lettere mostrano che l’atteggiamento rinunciatario ora lo scrollano con un gesto che non è ribellismo generazionale, ma un atto di responsabilità storica.
In questi pochi anni i giovani, che sembravano rassegnati a una vita larvale — da bamboccioni — sono passati al nichilismo attivo di chi non si dà per vinto e difende i propri sogni. Come dire che non fanno sconti agli adulti. Ma nemmeno a se stessi. Tanto che si descrivono con immagini “ironicamente apocalittiche”.
Quali “generazione dei sogni infranti” o “generazione dei senza”. E comunque il futuro lo reclamano. Forse perché avvertono che ogni ora perduta, come diceva Balzac, è una possibilità d’infelicità per l’avvenire. E se quella massima valeva per la prima modernità, vale di più per questa sorta di moto convulsamente accelerato che regola il bioritmo della società interinale. Dove le ore perdute si accumulano come voucher non più esigibili.
Per questo i millennial rifiutano le lezioni di “sano realismo” che spengono le passioni. Rimandano al mittente i sermoncini sull’economia, la meritocrazia e la competitività. E viene fuori che non sono nemmeno utenti passivi dei social, ma pieni di domande sul totalitarismo soft della rete e sulle conseguenze di una digitalizzazione che formatta pensieri, linguaggi ed emozioni.
Ma anche su scuola e lavoro, i giovani mostrano di avere idee chiare. Per esempio quando individuano il circolo vizioso di aziendalismo, sindacalismo genitoriale e riforme ministeriali che ha trasformato l’istituzione educativa in un’agenzia di rating che premia la quantità dei prodotti e non la qualità della formazione. Risultato, le aule sono una fabbrica di analfabeti che sanno un po’ di tutto, ma non capiscono nulla. E quel nulla lo misurano in crediti e parametri falsamente oggettivi, progettati da una burocrazia ottusa. Per soddisfare i diktat di un’economia volubile che pretende risorse umane rassegnate. Risultato, dice Galimberti, nell’età della tecnologia l’alienazione è peggiore «di quella denunciata da Marx». Insomma, dalle parole dei giovani viene fuori il ritratto lucido e impietoso di una società giovanilista, ma a spese dei giovani. Corteggiati dal mercato che ne neutralizza lo slancio vitale riducendoli a consumatori. Ma, si chiede l’autore, quale può essere il futuro di una società che non impiega questa energia biologica, ideativa, morale? La risposta è nelle mani dei nichilisti attivi. Che per ora sono una minoranza. Ma è anche vero che da sempre sono le minoranze a fare la storia.

Marino Niola
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