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In fuga dai nazi tra bar e Charlot – la Repubblica

25 febbraio 2018

Un uomo può avere due volte vent’anni, senz’averne quaranta, diceva Vitaliano Brancati. Claude Lévi-Strauss ne dimostrava quaranta anche a venti. Perché il ritratto dell’antropologo da giovane, che emerge da queste lettere agli amatissimi genitori, riflette un consumato disincanto teorico. Distaccato fino allo snobismo, ma sempre profondamente umano.
Anche quando la sua scrittura cartesiana sembra algida, quasi entomologica, smonta e rimonta il mondo con un’acutezza piena di passione. Soprattutto New York, dove si è rifugiato per sfuggire al nazismo, che osserva con lo stesso sguardo perforante di Tristi Tropici. Cerca casa al Greenwich Village, che gli piace perché ricorda Montparnasse.
Detesta i grattacieli della Quinta strada, “lussuosi, glaciali e deprimenti”. Adora invece passeggiare in quello che gli sembra un enorme e perpetuo bazar multietnico. In realtà, nella metropoli americana vede un incancellabile fondo primitivo.
Le ombre degli indiani gli sembrano ancora incollate all’orizzonte. E con sua grande sorpresa se ne trova uno accanto
in biblioteca, vestito come Toro Seduto, ma armato di Parker e taccuino. È stupito dal look informale della popolazione che contrasta con l’eleganza parigina. È ingolosito dagli automat bar dipinti da Edward Hopper, dove per 45 cents, la macchina rilascia un pasto che ai suoi occhi di europeo affamato dalla guerra appare pantagruelico. Ma il suo immaginario di antropologo è particolarmente eccitato da sale da ballo come il Savoy, dove il popolo di Harlem si abbandona alla febbre del sabato sera in un’atmosfera dionisiaca.
Quei balli scatenati e acrobatici da posseduti, scrive “sono la cosa più prodigiosa che abbia mai visto”. Frequenta spesso i surrealisti, riparati come lui negli States. André Breton, Max Ernst, André Masson, Yves Tanguy. Con loro va a cena da Peggy Guggenheim, che con un riserbo vicino alla sprezzatura si limita a definire “la miliardaria che fa vivere i surrealisti negli Stati Uniti”, senza nominarla.
Liquida con una freccetta un mostro sacro della filosofia come Jacques Maritain, “del tutto fasullo ma seducente”. Si consola andando molto al cinema. Vede in anteprima Il grande dittatore di Chaplin. Ne è talmente folgorato che non riesce a uscire dalla sala e lo rivede più volte.
Insomma nel giovane Claude c’è già tutto Lévi-Strauss.

Marino Niola
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