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‘O diario ‘e nu maccarone la Schiappa è di Napoli – la Repubblica

27 febbraio 2018

La schiappa più famosa del mondo parla napoletano e diventa nu maccarone.
Epiteto che nella lingua di Totò calza a pennello a Greg, protagonista della fortunatissima serie scritta e disegnata da Jeff Kinney. Trattasi di un adolescente magrolino, vittima predestinata dei bulli della scuola, rovinosamente imbranato con le ragazze. Insomma un nerd ipodotato. Che con le sue disavventure alleggerisce le nubi cariche di sfiga e di autodisistima che si addensano sul capo dei ragazzi di tutto il mondo. Non a caso il Diario di una schiappa,
giunto all’undicesimo volume è stato tradotto in cinquantasei lingue. Compreso il latino, grazie alla versione di Monsignor Daniel B. Gallagher, dell’Ufficio vaticano per le lettere latine, che ha trasformato la schiappa in un ineptus puer. Come dire un pischellone inetto. Ma la traduzione napoletana (‘O diario ‘e nu maccarone), che verrà
presentata il 25 al Bologna Children’s BookFair alla presenza dell’autore e andrà in libreria il primo maggio, ha molte
probabilità di diventare un classico. In primo luogo per la raffinatezza del traduttore, Francesco Durante. Che ha saputo far esplodere la vulcanica virtualità del napoletano, per trasformare la schiappa in maccarone. Come fa il grande Eduardo nella sua versione partenopea della Tempesta di Shakespeare, quando per rendere la selvaggia ingenuità di Calibano, che il Bardo chiama “credulous monster”, dice “è cchiù fesso de l’acqua càura” (più scemo dell’acqua calda). In realtà, come diceva George Steiner, ogni opera letteraria è, di fatto, un atto multiplo di traduzione. E più ce ne sono più il testo si arricchisce di sensi e di dimensioni.
È quel che è successo ai classici della letteratura riscritti in dialetto. A cominciare dalla Divina Commedia che in bolognese diventa Divéna Cumêdia, in sardo Sa Divina Cumedia. E il cui celebre incipit in veneto suona: “A meza strada dela vita umana/ Me son trovà drento una selva scura/ Chè persa mi g’avea la tramontana”. Qualche volta la letterarietà si trasforma in comicità, come nel caso di El principe piçenin, versione veneziana del Piccolo principe di
Saint-Exupéry. E un giorno anche il dissacratore Samuel Beckett si è ritrovato dissacrato da un calabresissimo U juoco sta finiscennu. Un Finale di partita senza rivincita, confezionato da un linguista sapiente e irriverente come John Trumper. Aveva ragione Borges a dire che è l’originale a non essere fedele alle traduzioni. E proprio in questa infedeltà sta il vero piacere del testo.

Marino Niola
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