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Siamo quello che non mangiamo – la Repubblica

26 maggio 2018

Ormai è guerra tra le tribù alimentari. Onnivori contro vegani, ma anche viceversa. Mercoledì a Milano due fratelli sono stati insultati e picchiati mentre stavano cenando in un ristorante cruelty-free. Un gruppo di ragazzi li ha circondati e dopo avergli detto «vegani di m.», «fate schifo», «che c. state mangiando», ha aggredito uno di loro con calci e pugni. I carabinieri, che li hanno arrestati, hanno parlato di «un istinto di violenza ingiustificabile e gratuito». Sembrerebbe un caso di follia isolato e invece fa il paio con altri episodi dello stesso genere, ma di segno opposto.
Come gli atti di vandalismo contro macellerie e pescherie che in questi giorni si stanno verificando in Francia.
Gli ultimi a Lille, nel Nord del Paese, dove un commando vegano, al grido di «stop allo specismo» — cioè al dominio dell’uomo sulle altre specie animali — ha vandalizzato un negozio di carni. Poiché queste azioni intimidatorie si stanno moltiplicando, molti media parlano di «terrorismo vegano». E la sindaca, Martine Aubry, ha deciso di costituirsi parte civile contro gli aggressori, per dare un segnale politico in nome del rispetto di tutte le libertà di scelta. Un gesto quanto mai opportuno, in un Paese ancora scosso dal caso della militante vegana che, all’indomani dell’attacco jihadista nel supermercato di Trèbes, dove a marzo morirono quattro persone tra cui il capo del reparto macelleria, ha postato un messaggio agghiacciante: «Perché vi indignate se un terrorista uccide un altro assassino? Per quanto mi riguarda non provo nessuna compassione. Vuol dire che esiste una giustizia». Per questa esternazione, la pasionaria animalista è stata di recente condannata a sei mesi di carcere per apologia del terrorismo.
Siamo davanti a un’escalation del conflitto tra le tribù del cibo, sempre più numerose. Vegetariani, vegani, gluten-free, crudisti, macrobiotici, lattofobi, fruttivori, carnivori. Se una volta le persone si distinguevano in base a quel che mangiavano, oggi è sempre più vero il contrario. Siamo quello che non mangiamo. Peggio, le diverse fedi alimentari stanno diventando come sette, via via più integraliste. Autoghettizzate nella fortezza dei loro totem e tabù che producono continue contrapposizioni, eresie, intolleranze. Come al tempo delle guerre di religione. E adesso si aggiungono anche gli onnivori violenti, che si sentono in diritto di scomunicare e maltrattare chi non è come loro. Siamo sempre meno capaci di accettare le scelte altrui. Così l’alimentazione diventa il contesto, se non il pretesto, di una crociata che non si limita a escludere dalla propria dieta determinati alimenti, ma esclude dal proprio mondo anche le persone che li mangiano. Le trasforma in nemici, che attentano alla propria integrità fisica e morale. Come dire che chi non mangia come me non è come me.
Che si tratti di una fiorentina o di un hamburger di lupini. Insomma stiamo assistendo a una pericolosissima tribalizzazione del corpo sociale, di cui quella alimentare è solo la parte affiorante dell’iceberg.
In realtà, questa guerra in punta di forchetta è uno dei sintomi più inquietanti dell’intolleranza autistica che sta erodendo il fondamento comunitario della nostra civiltà, sintetizzato nelle parole di San Paolo: «Nessuno vi separi in base a quel che mangiate e a quel che bevete». Invece, nella società che ha sostituito l’etica con la dietetica, il cibo è diventato uno strumento di divisione. E non più di condivisione.

Marino Niola
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